Dalla complicità al riscatto: perché la lotta alle mafie riparte dal pragmatismo materno
Quarant’anni al servizio del Paese, dalla Squadra Mobile di Napoli alla Dia di Padova. Felicetta Licia Serpico racconta le mafie, i testimoni di giustizia, le scuole
Lei arriva in Veneto – forse – convinta che il Nord fosse immune dall’illegalità. Trent’anni dopo, dove si è spostato il baricentro dell’infiltrazione: ancora imprese e appalti, o settori che l’opinione pubblica non associa alla mafia?
“Arrivai in Veneto da Napoli nell’estate del 1998 pensando di non dovermi rapportare con una pervasività delle mafie. Invece ci volle poco a comprendere che anche il Nord faceva i conti, in quegli anni, con una trasformazione del crimine organizzato, considerato che le presenze di interi nuclei familiari di soggetti inseriti in contesti mafiosi erano ormai stanziali. Fino al 1998 avevo conosciuto la camorra dei riti, sanguinaria proprio come avevano dimostrato di esserlo i clan del ‘professore’ Raffaele Cutolo, agile negli affari come Cosa Nostra, spietata ma anche pronta a corrompere e a infiltrarsi nel tessuto sociale sano. Organizzazioni mafiose fortissime, perché obbedivano a codici di malavita.
Eppure, nonostante gli uomini del clan fossero cresciuti tra paludi e masserie, erano riusciti a infilarsi come manager imprenditoriali in affari al Nord e in campo internazionale, passando dagli appalti pubblici alla creazione di vere e proprie holding del crimine economico, utilizzando società deputate al trasporto su gomma e all’erogazione del credito, prestiti sui quaie applicavano tassi usurari altissimi, fino alla gestione imprenditoriale dello sfruttamento delle cave di porfido, raggiungendo aree di interesse più moderne, come il cyberspazio, per l’investimento dei loro capitali. Gli esiti degli ultimi processi contro le cosche mafiose presentano un quadro ancora preoccupante.
Recentemente la Suprema Corte ha confermato l’esistenza di una prima locale di ’ndrangheta nella Capitale, un filone del processo nato dall’operazione Propaggine della Dia di Roma, in cui sono emersi interessi economici fino a qualche anno fa inesplorati, come la panificazione e la pasticceria, il ritiro degli oli esausti e delle pelli su Roma. Insomma, ogni settore che appare redditizio per le mafie, nel contesto temporale e territoriale vissuto, diviene terreno fertile per ‘fare affari’ e stringere rapporti, per costituire veri e propri consorzi con altre cosche e per stringere patti di non belligeranza, in nome di un grosso ritorno economico”.
Quale caso le ha lasciato più il segno e come definirebbe la collaborazione con i colleghi maschi in settori operativi così particolari?
“Mi sono arruolata giovanissima e sin dal mio ingresso alla Squadra Mobile di Napoli prima, e successivamente alla Dia di Napoli, ho avuto la fortuna di trovare uomini che mi hanno trasmesso valori, passione, spirito di sacrificio, responsabilità e rigore, tutti requisiti necessari per questa professione. Ero davvero piccola, ma accanto a loro ho maturato col tempo la consapevolezza che i ruoli, anche i più bassi nella scala gerarchica della Polizia di Sato, possono essere determinanti per il proprio empowerment.
Ero entrata in Polizia come Agente, pertanto il ruolo rivestito non mi consentiva un potere di direzione strategica nelle operazioni. Eppure, quei funzionari e quel personale mi diedero la possibilità di crescere, non escludendomi mai dalle decisioni che dovevano essere prese nell’emergenza sul territorio; ho imparato così che sulla strada hai necessità di essere un tutt’uno con i tuoi compagni: se non c’è empatia, fiducia nell’altro, diviene difficile operare in contesti così particolari.
Tante le indagini che mi hanno legata a quel personale, diverse quelle che ci hanno visto impegnati ininterrottamente, anche in territori esteri. Ogni attività svolta dal 1987 ad oggi mi ha lasciato qualcosa: il ricordo del corpo martoriato di una bimba di pochi anni, una delle vittime di un triplice omicidio avvenuto nei primi anni ’90, o il decesso di una giovanissima donna che, dopo essere stata accoltellata, fu lanciata brutalmente dalla rupe di Trentaremi. I miei ricordi tornano ancora a quei bambini ‘emersi’ da abissi infernali, a oltre 10 metri sottoterra, in cui li costringevano i genitori: a quel mondo creato come ‘normale’ per consentire loro di far visita al padre latitante, ma fatto di brutalità, arretratezza, subumanità”.
Che cosa non funziona oggi nel sistema di protezione, dal punto di vista di chi deve convincere una famiglia ad accettarlo?
“Le volte che abbiamo dovuto relazionarci per attività d’indagine con il Servizio Centrale di Protezione, incardinato presso la Direzione Centrale della Polizia Criminale ma a carattere interforze, abbiamo sempre trovato professionalità alte e di grande sensibilità. Uomini e donne che continuano nel loro percorso di specializzazione, che recano bagagli di studi anche nell’ambito della psicologia evolutiva. Il Servizio è il fiore all’occhiello del Dipartimento della Pubblica Sicurezza, un modello operativo oggi all’avanguardia nel mondo, i cui sistemi applicativi sono fortemente presi come riferimento soprattutto dai Paesi esteri. Certo, ogni storia di collaboratori e/o di testimoni di giustizia è stata ed è unica, tutte caratterizzate da rispettive vicende umane e giudiziarie da trattare con grande sensibilità e altrettanto rigore, ma al centro delle superiori decisioni c’è stato sempre il rispetto per la dignità umana”.
Trent’anni di antimafia significano anche aver visto la violenza da vicino, nelle sue forme più diverse: quella dei clan, ma anche quella che entra nelle case e colpisce donne e minori. Qual è il filo conduttore che le lega e che cosa ha capito sui meccanismi con cui una persona finisce per subirla senza poi denunciare?
“Spesso dai fascicoli processuali dei Tribunali emergevano tessere di un disastroso mosaico familiare: padri uccisi in un agguato mafioso, fratelli già condannati per associazione mafiosa, adolescenti segnalati spesso di notte in compagnia di pregiudicati, assenze scolastiche, madri che non apparivano idonee a contenerne la pericolosità; anche il contesto parentale allargato talvolta non offriva garanzie per l’educazione del giovane, come ad esempio nella ‘famiglia’ della criminalità organizzata dei territori di residenza.
Ebbene, mi sono sempre chiesta se quei ragazzi e quelle donne avessero mai saputo cosa accadeva fuori dal loro contesto familistico, cosa c’era al di là di quelle mura che avevano costruito intorno. E soprattutto chi, della società civile, ha avuto il coraggio di penetrare quelle mura, oltre alle forze di polizia e alla magistratura? In questi 40 anni al servizio del Paese ho potuto sperimentare che, nella solitudine del proprio dolore, abbandonare una strada già percorsa pare difficile, ma, aggiungo, non impossibile.
La dimostrazione è data proprio dalle tante collaborazioni e testimonianze di donne: l’essere umano ha bisogno di affidarsi, di riconoscere con chiarezza chi, da un certo momento in poi, si prenderà cura di quel dolore. Solo allora potrà, finalmente, appartener loro. E forse è proprio questo a renderci più coraggiosi: essere e sentirsi parte integrante di una comunità, di una società, di un’Istituzione, e avere la consapevolezza che anche il più piccolo gesto quotidiano può contribuire a un cambiamento evolutivo”.
La divisa si toglie, evidentemente la passione per il suo lavoro no. Oggi per lei quanto conta portare questa esperienza fuori dalle indagini, nelle scuole e nel volontariato: cosa può dire a un ragazzo di quindici anni che un’aula di tribunale non riuscirà mai a dirgli?
“Appena arrivata in Veneto incontrai, in un convegno, i referenti dell’associazione Libera di don Ciotti e, qualche anno dopo, la Fondazione nata per onorare la memoria del magistrato Antonino Caponnetto, un eroe contromano, Fondazione con la quale ancora collaboro come volontaria. Con loro e con un gruppo di insegnanti, negli ultimi 20 anni abbiamo intrapreso diverse iniziative, anche costruendo insieme percorsi in cui gli studenti sono stati i veri protagonisti: hanno realizzato progetti di riqualificazione urbana, analisi dei territori, incontri e confronti con gli apparati istituzionali, abbiamo trasmesso informazioni e tentato di rinnovare la memoria, anche attraverso il teatro d’attore, destinato anche ai più piccoli con il Festival Nazionale del Teatro per Ragazzi di Padova.
Le racconto questa esperienza fatta un po’ di anni fa proprio a Padova. In occasione delle celebrazioni della Primavera della memoria decidemmo, con i referenti di Libera e della Fondazione Caponnetto, di far varcare la soglia del Palazzo di Giustizia agli studenti; volevamo spiegare che il rispetto passa sì dalle regole e dalle norme di una società, ma anche dai luoghi in cui quelle regole e quelle norme vengono fatte rispettare. Mi presentai una mattina al cospetto del Presidente del Tribunale: avevo 100 ragazzi che avevano espresso il desiderio di quella visita. Ricordo il volto basito del Presidente, ma dopo una breve perplessità mi rispose solo: ‘Dottoressa, mi raccomando… sobrietà!’. Aveva evidentemente compreso subito il valore di quel coinvolgimento, ed io ancora lo ringrazio.
Conducemmo così i ragazzi nell’aula della Corte d’Assise dedicata a Falcone e Borsellino; avevamo coinvolto magistrati, giornalisti, attori, docenti universitari. Abbiamo desiderato che ascoltassero in quell’aula la voce di una giovane ragazza, inserita nel programma di protezione per testimoni; hanno così sentito il suo dolore ma anche la speranza e la fiducia che quella giovane donna aveva riposto nello Stato.
Ed è stata bellezza pura vederli seduti, in un rispettoso silenzio, su quei banchi dove la Giustizia è amministrata. Ed è stata la Primavera più significativa, che lego al ricordo del mio professore di ‘Criminologia e sociologia della devianza’, Gianvittorio Pisapia, colui che sollecitava gli studenti a esplorare nuove prospettive, ad avere visioni di un mondo civile possibile, in quello che lui amava definire ‘un nuovo sistema ecotonico’, uno spazio dove le differenze si incontrano per dare vita a un nuovo soggetto”.
Nelle scuole si parla molto di legalità e di prevenzione, ma spesso in modo astratto. Se dovesse costruire lei un percorso, da dove partirebbe per far capire che la violenza – criminale o domestica – comincia sempre prima del gesto, in un linguaggio e in una relazione di potere?
“Lei ha usato una parola importante, ‘relazione’, e io aggiungerei ‘umana’, da utilizzare soprattutto in territori difficili e partendo dai più piccoli. Con un approccio umanocentrico, votato sempre all’attenzione verso l’altro, alla tutela dei diritti umani, soprattutto dei più vulnerabili. Cosa accade nella mente e nell’esistenza di un bambino nel momento in cui subisce una violenza? Non solo l’equilibrio psichico viene profondamente sconvolto, ma perde anche il senso della propria identità e la sicurezza. Il bambino, proiettato violentemente in una realtà che non gli appartiene perché non è propria della sua età biologica, viene violato anche nella sua dignità di essere umano: rimane bloccato nella violenza che poi lo accompagnerà nella crescita e nello sviluppo della personalità, con conseguenze nella socializzazione e nell’apprendimento.
Dopo un percorso di studi avviato presso il Centro di Ateneo per i Diritti Umani dell’Università di Padova, arrivai a scrivere dei figli dei mafiosi, quelli che immaginavo avessero vissuto guardando la vita attraverso un solo occhio, proprio perché non era stato concesso loro di vedere interamente ciò che li circondava. Poco cambia se è la mano del padre o della madre a oscurare la visione sul mondo: quella visione parziale consente loro, a volte, di coglierne solo gli aspetti positivi e, troppe volte, di celare le attività criminose e la reale essenza della triste vita cui sono costretti.
Eppure credo che nessuna madre insegni ai propri figli a gettare sassi dal cavalcavia o a imbracciare un kalashnikov o ad abusare del proprio corpo e del corpo dell’altro; quando mi assale qualche dubbio, pensando alle donne di mafia, mi aggrappo al pragmatismo e al coraggio delle donne, anche di quelle che hanno un trascorso mafioso. Quale migliore grimaldello potrebbe essere utilizzato per scardinare le mafie, ovvero ogni forma di violenza dilagante, se non una madre con i propri figli? Voglio ancora sperare in un vero pentimento.
Una società democratica e di diritto è una società forte, in cui i bambini dovrebbero avere una priorità assoluta e le donne la possibilità di scegliere liberamente della propria vita, del proprio corpo e del proprio futuro”.
Per anni ha lavorato tenendo all’oscuro anche le persone più vicine. Qual è il prezzo di quell’anonimato?
“Scegli di vivere una vita sociale limitata, di evitare ogni tipo di commento sulle attività svolte, non frequenti tutti i locali e gli spazi a caso, cerchi di creare una piccola rete di protezione che ti consenta di essere serena quando sei costretta a lasciare tuo figlio per lunghi periodi, per motivi di lavoro. Chi svolge questa professione spesso si ritrova a condividere spazi e tempo quasi esclusivamente con colleghi o familiari stretti, per questioni di opportunità. Ma ce la metti tutta, argini ogni forma di sofferenza, con la consapevolezza che ciò che stai facendo è per un fine ultimo altissimo”.
Torna alle notizie in home