Intervista al Prof. Rinaldi, il programma economico di Futuro Nazionale
Pochi giorni fa il prof. Antonio Maria Rinaldi, docente di politica economica presso il Link Campus University di Roma, è stato nominato responsabile del Dipartimento economico del partito Futuro Nazionale guidato dal generale Vannacci, accreditato nei sondaggi di un consenso crescente nell’opinione pubblica.
Il nuovo partito potrebbe essere la vera sorpresa delle prossime tornate elettorali, sicché ci si interroga sul suo programma con interesse sempre maggiore. La narrazione semplicistica dei detrattori di professione vorrebbe confinarlo al monosillabo della remigrazione, condito dalla vaghezza della nostalgia. Ma chi non vuole peccare di semplicismo deve pur riconoscere dignità al bisogno primario di sicurezza dei cittadini. Che lo Stato debba essere forte nella difesa dei diritti e dei beni della persona è il presupposto basilare della civile convivenza, senza il quale perde significato qualunque pretesa di socialità pubblica, vera o presunta.
Ce lo ribadisce il prof. Rinaldi con il quale ci intratteniamo in una piacevolissima conversazione sul programma economico, nel tentativo di capire se il suo partito ritenga che le istituzioni pubbliche debbano essere investite di equivalente forza autoritaria nelle relazioni economiche di mercato. Ebbene, a dispetto delle semplificazioni mediatiche, Rinaldi non esprime alcun nostalgismo per lo Stato interventista negli affari economici dei privati e disapprova le pretese pianificatrici dell’Unione europea. Motiva con argomenti convincenti la necessità di una politica economica “per” e non “contro” il libero mercato concorrenziale.
La riduzione della spesa pubblica rappresenta un vostro obiettivo?
“Qualunque governo dichiara di voler ridurre la spesa pubblica. Il vero problema, però, non è soltanto quanto si spende, ma soprattutto come si spende. In Italia esistono ancora enormi aree di spreco, duplicazioni amministrative, sussidi inefficienti e spese prive di un reale ritorno economico. Le risorse recuperate devono essere riorientate verso ciò che produce crescita: riduzione della pressione fiscale, investimenti produttivi, infrastrutture, ricerca, sostegno alla natalità e maggiore competitività delle imprese. Una buona politica non si limita a spendere meno: migliora la qualità della spesa pubblica. Solo così si crea sviluppo duraturo”.
Perché attribuite tanta importanza alla riduzione del cuneo fiscale?
“Anche su questo tema tutti i governi dichiarano, almeno a parole, di voler intervenire. Il problema è che finora gli interventi sono stati parziali e temporanei. Per Futuro Nazionale la riduzione del cuneo fiscale deve diventare una scelta strutturale, perché rappresenta uno degli strumenti più efficaci per rilanciare l’economia. Significa restituire potere d’acquisto ai lavoratori, favorire l’occupazione, incentivare gli investimenti delle imprese e rafforzare la competitività del sistema produttivo. Se il lavoro costa meno e il reddito disponibile aumenta, cresce anche la domanda interna e si innesca un circolo virtuoso di consumi, produzione e sviluppo. È una riforma che produce benefici per l’intero sistema economico, non soltanto per imprese e lavoratori”.
Ritiene che eliminare i “lacci e lacciuoli” burocratici possa riportare l’Italia su un sentiero di forte crescita?
“Ne sono convinto. Il miracolo economico italiano nacque anche perché chi voleva fare impresa operava in un contesto molto meno oppressivo di quello attuale. Oggi la burocrazia rappresenta una vera tassa occulta che sottrae tempo, risorse e competitività. Ogni autorizzazione inutile, ogni adempimento ridondante e ogni incertezza normativa scoraggiano gli investimenti e rallentano la crescita. Se liberiamo le energie delle piccole e medie imprese, che costituiscono la spina dorsale della nostra economia, possiamo aprire una nuova stagione di sviluppo. Il principio è molto semplice: ogni ora trascorsa dietro un adempimento burocratico è un’ora sottratta alla produzione, all’innovazione e alla vendita dei propri prodotti”.
Le politiche di armonizzazione dell’Unione Europea stanno favorendo o penalizzando l’economia italiana?
“L’idea di armonizzare le regole può avere una sua logica, ma negli ultimi anni l’Unione Europea è diventata soprattutto una straordinaria produttrice di norme, regolamenti e adempimenti. Questo ha creato un peso crescente sulle imprese europee e italiane. Da un lato manca la certezza del diritto, perché il quadro normativo cambia continuamente, rendendo difficile programmare investimenti di lungo periodo; dall’altro si impongono vincoli e costi che i concorrenti extraeuropei spesso non sopportano. Il risultato è una perdita di competitività per il nostro sistema produttivo. L’Europa dovrebbe concentrarsi su poche regole chiare, stabili e realmente necessarie, lasciando alle imprese la possibilità di competere ad armi pari sui mercati internazionali. Un eccesso di regolamentazione, invece, rischia di trasformarsi in un vantaggio competitivo per chi produce fuori dall’Unione e in un freno per chi continua a investire e creare occupazione in Europa”.
Le parole del prof. Rinaldi ci consegnano l’immagine di un partito che non pratica euroscetticismo aprioristico, ma esprime una critica consapevole e misurata contro l’eccesso di regolamentazione “pianificatrice” dell’Unione e, nella politica economica interna, intende promuovere e tutelare la libera attività imprenditoriale. Non sembrano dunque giustificate le paure di Annibale alle porte di Roma.
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