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Sale il Misery Index ma il peggio deve ancora venire

L'analisi di Confcommercio, l'allarme degli agricoltori Cia: "Il 48% ha già tagliato la spesa"

di Cristiana Flaminio -


Sale il Misery Index. Il mondo è impazzito, l’energia costa troppo e gli effetti della stangata dovuta (anche) ai torbidi che interessano lo Stretto di Hormuz già pesa sugli italiani. La metà delle famiglie, per far fronte ai rincari generalizzati e all’incubo bollette, ha deciso di tagliare (ulteriormente) sulla spesa alimentare. E ciò accade mentre il Misery Index di Confcommercio continua a salire raggiungendo, purtroppo, la doppia cifra. In precedenza era accaduto quando, con l’inizio della guerra in Ucraina, s’era registrata la prima (e tosta) mazzata su luce e gas. I dati dell’indice elaborato dagli analisti della Confederazione rivela un vero e proprio boom.

L’aumento del Misery Index

È bastato solo un mese per registrare un aumento che sfiora un intero punto e si attesta, ad aprile e rispetto a marzo, allo 0,8. Complessivamente, i parametri che misurano il rischio di povertà e di esclusione sociale rivelano stime che giungono a 10,3. Il problema è che, solo all’inizio di quest’anno, s’era toccato il minimo storico e le cose, proprio quando sembravano mettersi benino, sono rovinosamente precipitate con la guerra in Medio Oriente e gli scossoni sui mercati che ne son derivati. Confcommercio riferisce che, alla base di tutto, c’è un “deciso incremento” su base annua dei costi dei beni e servizi ad alta frequenza d’acquisto, insomma del cosiddetto “carrello della spesa”. Letteralmente balzato al +4,3% dopo aver già subito un imponente aumento a marzo del 3,1%. Fatto che ha pesato, chiaramente, sul Misery Index.

I rincari? Colpa dell’energia

Rincari, questi, che per gli analisti sono dovuti all’impatto dell’energia. Insomma, nulla di nuovo sotto il sole. Il problema è, semmai, che il peggio deve ancora venire. Secondo Confcommercio, infatti, i dati sono ancora buoni e i pericoli, quelli veri, potrebbero concretizzarsi nella seconda parte dell’anno. A giugno, infatti, è atteso un ulteriore boom che dovrebbe scatenare ulteriori problemi da “scontarsi” entro tutto il resto del 2026.

Tagli alla spesa, sì ma al supermercato

Le famiglie, a questo punto, non sanno più a che santo votarsi. Forse sì, a San Crispino, protettore dei calzolai. Si faranno fabbricare qualche altro buco sulla cintura mentre i capoccioni tra Francoforte, Bruxelles e Washington decideranno come evolverà quest’anno. I numeri proposti ieri dalla Cia, la Confederazione italiana degli agricoltori, sono di quelli che impongono una riflessione seria. Anzi, serissima. Gli italiani, già da tempo, hanno “tagliato” le spese superflue. Adesso hanno deciso di risparmiare pure sulla spesa. Non è una grande novità. Lo è, semmai, che hanno scelto (o meglio si son ritrovati obbligati) a tagliare una lista che era già stata “scorciata” di suo. Il 48% degli italiani, secondo le cifre, ha già cambiato le proprie abitudini dopo aver notato i rincari. Aumenti, questi, che non sono passati per nulla inosservati alle famiglie: l’89%.

Il Made in Italy diventerà un lusso?

Eppure, se solo i prezzi fossero un po’ meno alti, gli italiani sarebbero pronti a riempirsi il carrello di prodotti (solo) Made in Italy. Ne deriva una considerazione amara. Perché non è solo una questione di numeri o di Misery Index. Il pericolo (vero) è che adesso i prodotti di qualità, quelli raccolti dai contadini e coltivatori dagli agricoltori in Italia, diventino per le famiglie dei beni non più di prima necessità. Ma di lusso. Un lusso, sia chiaro, che nessuno può permettersi. Né le famiglie stesse, né le imprese agricole né il sistema economico nazionale.


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