Salvini bussa (a soldi) alle banche: tornano gli extraprofitti
Il vicepremier sfida Orcel e Messina: "Unicredit e Intesa fanno 20 miliardi di utile". Pure Conte chiede che le banche paghino
Il citofono è cambiato, la sostanza resta: Matteo Salvini bussa (a soldi) alle banche italiane. La Lega, ha tuonato ieri il vicepremier, ha intenzione di chiedere agli istituti di credito un nuovo contributo per sostenere la crescita. Certo, la vicenda è politica. Sicuro, incombono già le primissime avvisaglie di una campagna elettorale che si preannuncia lunghissima e durissima, specialmente per il Carroccio “insidiato” a destra dal nuovo partito del generale Roberto Vannacci. Il fatto, però, è che questo è un tema. E che, anche dopo aver trattato il contributo da un miliardo che ha consentito al ministro all’Economia Giancarlo Giorgetti di non stringere (troppo…) i cordoni della borsa dell’ultima manovra, il problema, per le banche, c’è. Eccome. Già, perché dire di no, in questo momento, sarebbe per loro a dir poco scivoloso.
Perché Salvini bussa e le banche non possono dire solo no
Se, come sembra ormai imminente, la Bce dovesse alzare i tassi di interesse, il comparto registrerebbe nuovi (e insperati…) guadagni. Senza, praticamente, dover far nulla. Una (nuova) pioggia di soldi sul mare di utili che gli istituti di credito italiano, giustamente, denunciano gonfiando il petto d’orgoglio. Ma quelle note che fanno insuperbire gli amministratori delegati e ingolosire gli azionisti, adesso, si ritorcono contro. Matteo Salvini tuona: “Si stima che solo le prime due banche italiane, Unicredit e Intesa Sanpaolo chiuderanno quest’anno, di difficoltà per la stragrande maggioranza delle famiglie e imprese, con venti miliardi di utile. Non ci può essere un gigante che con le spalle coperte guadagna. E magari reinvestiremo nel Piano Casa una parte”. Ecco. Il Paese ha bisogno di crescere, di investire. L’Unione europea tiene il freno a mano tirato e coi tassi alti blocca ulteriormente ogni ipotesi di respiro. Da qualche parte i soldini dovranno pur uscire. E le banche, ora, sono chiamate a offrire un (altro) contributo.
L’altro corno del dilemma
Ecco, dunque, l’altro corno del dilemma. Dalla vicenda degli extraprofitti bancari e fino al contributo di Giorgetti, il comparto del credito ha dovuto (obtorto collo) sganciare qualcosa. Certo, rispetto a quanto era stato promesso (agli elettori), le condizioni ottenute dalle grandi (e piccole) banche italiane sono state sicuramente migliorative. Adesso, però, c’è la crisi dello Stretto di Hormuz. E, poco più in là, ci sono anche le elezioni politiche. E tutti, Salvini compreso, dovranno parlare (ancora) alle proprie basi elettorali. “Lo dico senza rancore o furore ideologico socialista: una parte è garantita dallo Stato. Io ti presto dei soldi. Se va tutto bene ci guadagno, se va tutto male lo Stato mi rimborsa. Sono bravo anche io a fare impresa così”.
Salvini e Conte fanno tremare banche e coalizioni
Ecco. Ma Salvini, in questa battaglia, non è solo. Già, perché pure dal Campo Largo si alzano voci che tendono a rimettere in gioco le banche. Giuseppe Conte, ex socio di maggioranza del (fu) governo gialloverde e attualmente leader M5s, ha lo stesso problema di Salvini. E rilancia sui temi cari ai pentastellati: prima demolisce il piano nucleare del governo e poi rilancia. “Bisogna alleviare i costi delle bollette per famiglie e imprese, ma lo possiamo fare solo togliendo soldi dalle armi e prendendo dagli extraprofitti di banche e aziende energetiche”. Se Salvini solleverà gli strali furibondo degli amici-nemici di Forza Italia, da sempre contrarissimi alle “richieste” commisurate a utili ed extraprofitti, Conte darà a Elly un ulteriore grattacapo con i moderati dem che non potranno di certo seguire un’opzione simile. Le campagne elettorali, va da sé, si giocano prima fuori e poi anche dentro le coalizioni.
Numeri e prospettive per il credito
Ma il tema, economico, c’è e rimane. Le banche incassano molto, rappresentano un comparto solido e tra i pochi che non teme la crisi. Godono, inoltre, secondo Unimpresa di un tax rate molto basso, pari a uno smilzo 19,2% (che sale leggerissimamente al 19,9% nel quinquennio 2021-2025 secondo i dati Unimpresa), al limite della flat tax per rievocare un’altra misura cara a Salvini. E ciò accade in uno dei Paesi in cui la pressione fiscale per il comune cittadino è a dir poco insostenibile e da Bruxelles continuano, imperterriti, gli appelli ad aggravare, ulteriormente le aliquote sugli immobili e a limitare, più possibile, gli sconti sui carburanti. Il citofono è cambiato, la sostanza è la stessa. Sarà anche un antipasto di campagna elettorale ma il tema, oggi più che mai, c’è. E per le banche svincolarsi, adesso, sarà davvero difficile.
Torna alle notizie in home