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Scuola Marescialli della Guardia di Finanza: basta processi mediatici. La verità non è sui social

di Alessandro Butticé -


Da Bruxelles, dopo tanti anni trascorsi nelle istituzioni europee, so quanto la credibilità di un Paese dipenda anche da quella delle sue istituzioni. Per questo mi preoccupa quella che considero una campagna mediatica e social di delegittimazione della Scuola Ispettori e Sovrintendenti della Guardia di Finanza dell’Aquila. Un fiore all’occhiello, in Europa e nel mondo, non soltanto del Corpo del quale forma i futuri marescialli, ma dell’Italia.

Da Aurora alla nuova denuncia

Ho già affrontato l’argomento in questa rubrica, il 6 agosto scorso, dopo la tragica morte dell’allieva maresciallo Aurora Valenti. Prima di scrivere, avevo voluto ascoltare riservatamente anche alcuni allievi, preoccupato dalle speculazioni che stavano investendo l’intera Scuola.

Ora un articolo di Fanpage, ripreso da InfoDifesa e diventato virale sui social, racconta la denuncia dell’ex allievo maresciallo Neil Soorya Prakash Beedaysee, che sostiene di aver subito 101 procedimenti disciplinari e 250 giorni di consegna, per comportamenti apparentemente banali. Ma che non lo sono in una scuola militare.

Fanpage parla di una lunga sequenza di contestazioni. L’allievo «è stato sanzionato per calzature ritenute non consone alla libera uscita, per un’anta dell’armadio lasciata aperta, per una busta con indumenti sporchi riposta vicino alla scrivania, per la barba non rasata correttamente, per aver preso una bottiglietta d’acqua senza autorizzazione, per non aver indossato adeguatamente i pantaloni della tuta, per essersi appoggiato al muro durante il contrappello serale, per aver utilizzato le scale antincendio e per aver attraversato i corridoi in abiti civili al rientro dalla libera uscita».

Fatti che meritano accertamenti rigorosi, dopo che l’interessato, dimessosi spontaneamente dalla Scuola prima di rischiare che fosse dimesso d’autorità, con conseguente esclusione dalla partecipazione ad altri concorsi della Pubblica Amministrazione, ha presentato denuncia, sostenendo di essere stato costretto a congedarsi.

Ma una denuncia non è una sentenza. E la versione di una parte – che, a giudicare dalle sanzioni ricevute, avrebbe manifestato evidenti difficoltà di adattamento alla vita militare – non rappresenta necessariamente l’intera verità, per quanto amplificata dai media e resa virale sui social.

Le interrogazioni della senatrice Cucchi

La vicenda era già arrivata in Parlamento. La senatrice Ilaria Cucchi (Avs) aveva sollevato interrogativi sulle condizioni formative e disciplinari della Scuola e, in un’interrogazione parlamentare, aveva richiamato anche il caso dei 250 giorni di punizione. Dopo la morte di Aurora è tornata sulla questione.

È suo pieno diritto esercitare il controllo parlamentare. Ed è dovere del Governo rispondere. Così come è diritto di Fanpage e InfoDifesa darne notizia. Ma interrogazioni, denunce, articoli stampa e commenti social non possono trasformarsi in altrettante prove di colpevolezza che fanno male alla reputazione di una Scuola militare tra le piú prestigiose.

Disciplina non significa arbitrio

Non conosco nei dettagli i fatti denunciati e riportate da Fanpage e InfoDifesa. Secondo informazioni che richiedono riscontri ufficiali, il percorso dell’ex allievo sarebbe stato caratterizzato da palesi difficoltà di adattamento alla vita militare, fino all’interruzione della frequenza del corso. Elementi che potrebbero contribuire a una ricostruzione più completa.

Conosco invece bene la Scuola e nutro grande stima per la professionalità e l’umanità del suo Comandante e del Generale Ispettore per i Reparti di Istruzione della Guardia di Finanza. Sono certo che eventuali criticità o violazioni dell’ordinamento militare, come avvenuto in passato, non sarebbero state ignorate, ma severamente perseguite, se riscontrate, senza guardare in faccia nessuno.

Le scuole della Guardia di Finanza, come ricordavo nel mio precedente articolo, non sono normali università ove conseguire titoli prestigiosi a intere spese del contribuente. Servono invece a formare e temprare uomini e donne destinati a esercitare poteri e responsabilità particolari nei confronti dei cittadini, oltre che a contribuire alla sicurezza interna e alla difesa nazionale. Disciplina, onore, rigore, resilienza, autocontrollo e fedeltà al proprio giuramento – sino all’estremo sacrificio, se necessario – sono doti e valori indispensabili, che devono essere dimostrate durante il percorso formativo.

La carriera militare in generale, e nella Guardia di Finanza in particolare, non è necessariamente adatta a tutti. Nemmeno a tutti coloro che hanno superato le severe prove di selezione psicoattitudinale. Perché la valutazione delle attitudini, militari e professionali, prosegue anche durante il percorso addestrativo.

Il numero delle sanzioni disciplinari subite dovrebbe, di per sé, indurre a riflettere sull’attitudine alla vita militare del giovane ex allievo maresciallo, oggi molto attivo sui social, attraverso un profilo che continua a ritrarlo in uniforme della Guardia di Finanza. Profilo e attivismo, in uniforme, che non mi provocherebbe sorpresa se, dopo Mamadou Soumahoro, laria Salis, Roberto Vannacci e altri, qualche partito in cerca di voti alternativi potrebbe candidarlo al Parlamento come ennesimo autoproclamato «eroe-vittima del sistema».

Anche se disciplina militare non significa certo accettare l’arbitrio, e ogni abuso debba essere sempre denunciato e, ove accertato, sanzionato, sono tanti i militari che, abituati a compiere il proprio dovere con «disciplina ed onore», come sancito dal loro giuramento e dall’articolo 54 della Costituzione, hanno riportato sui social il loro stupore e dissenso per il clamore suscitato da questo caso.

Il rischio della delegittimazione

Mi preoccupa, in questa storia, soprattutto la tendenza di molti a collegare vicende differenti, denunciate e sanzionate in passato, con una denuncia ancora tutta da verificare e con una tragedia come quella di Aurora, suggerendo l’esistenza di un sistema complessivamente malato.

È così che, a mio giudizio, si alimenta una campagna di delegittimazione che fa male a tutti. Eventuali criticità, che mai si devono escludere a priori, o singole responsabilità individuali – che vanno sempre sanzionate, come fatto per altri episodi anche dalla Scuola de l’Aquila – non possono diventare una condanna collettiva di migliaia di allievi, istruttori e militari di ogni grado che servono lo Stato con grande professionalità, dedizione, sacrificio personale e umanità. Assistiti, nella loro funzione addestrativa ed educativa, anche da team di psicologi.

Qualora accertate singole criticità, queste rappresenterebbero tuttavia sempre un’eccezion rispetto alla regola. Costituita dalla realtà caratterizzata da rigore, professionalità e umanità. Le scuole militari italiane in generale, e quelle della Guardia di Finanza in particolare, sono istituti di formazione presi come esempio anche a Bruxelles e nel resto d’Europa. Che spesso affidano la formazione anche del personale di altri paesi.

Il silenzio del Comando Generale della Guardia di Finanza

Comprendo il riserbo della Scuola, che si rimette alle valutazioni delle autorità giudiziarie competenti, che stanno valutando il caso. Comprendo molto meno, invece, il silenzio del Comando Generale della Guardia di Finanza.

Lo dico anche da ex responsabile della comunicazione istituzionale del Corpo. Incarico ricoperto dal 1985 al 1990, quando, insieme a superiori, colleghi e collaboratori valorosi e coraggiosi, contribuimmo a traghettare la Guardia di Finanza fuori dalla tempesta mediatica dello «scandalo dei petroli».

Conosco la delicatezza dei procedimenti giudiziari e comprendo la particolare fase di fine mandato dell’attuale Comandante Generale.

Ma il rispetto della magistratura e l’attenzione da parte dei vertici a rassegne stampa basate prevalentemente sulla carta stampata – sottovalutando l’impatto e la diffusione dei media online e dei social, sui quali si svolgono anche le più insidiose manipolazioni cognitive dei cittadini – non devono necessariamente tradursi in silenzio di fronte a troppe speculazioni a senso unico, diventate virali sui social.

Una comunicazione sobria, documentata e trasparente, nei limiti consentiti dalla legge, potrebbe tutelare insieme i diritti degli allievi e la reputazione della Scuola. A cominciare da quella dei suoi comandanti e dei suoi istruttori.

Non servono certo comunicati autoassolutori. Servono fatti e risposte istituzionali, non soltanto alle interrogazioni parlamentari. E non soltanto ai media stampati.

Difendere le istituzioni significa pretendere la verità

Da patriota italiano-europeo, continuo a guardare con orgoglio alla Guardia di Finanza, la cui professionalità ho contribuito a far conoscere e apprezzare a Bruxelles e nel resto d’Europa.

Difenderla non significa però negare criticità sempre possibili, bensì pretendere che siano sempre accertate, qualora realmente esistenti, ma senza processi sommari.

La verità va cercata sempre, senza sconti per nessuno. Come cerca di fare chi scrive, per rispetto dei propri lettori.

Anche perché difendere la credibilità delle nostre istituzioni, esigendo che rispettino sempre la legge, significa difendere la credibilità dell’Italia. Anche in Europa.

Ma la verità, non dimentichiamolo, non è necessariamente quella raccontata, a senso unico e senza contraddittorio, in modo scandalistico e suggestivo, sui media e sui social.

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