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Editoriale

Se la speranza di pace fa crollare il prezzo del barile

di Adolfo Spezzaferro -


La speranza di una pace possibile si misura anche alla pompa di benzina. L’annuncio che la Guida suprema iraniana Mojtaba Khamenei abbia autorizzato il governo a trattare con Washington ieri ha avuto un effetto immediato: il petrolio è sceso del sette per cento, con il Brent attorno a 106 dollari al barile.

Sia chiaro, la pace tra Usa, Israele e Iran resta lontana, ma è un segnale che il mondo attendeva. Dopo mesi di conflitto e tensioni sullo Stretto di Hormuz, ogni spiraglio diplomatico riduce il rischio di interruzioni nelle forniture e allenta la pressione sui prezzi dell’energia.

Per famiglie e imprese è una boccata d’ossigeno. Certo, sarebbe un errore scambiare il (temporaneo) sollievo dei mercati per una pace già acquisita. Perché le distanze tra Iran da una parte e Usa e Israele dall’altra restano profonde (se non incolmabili).

Ma l’indicazione di Khamenei sembra dire che nessuna (eventuale) vittoria militare può garantire stabilità. Il doppio vantaggio – più stabilità nel Medioriente e energia meno cara – è a un passo. Dobbiamo solo (si fa per dire…) aspettare la reazione di Trump alle midterm.


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