SOCIAL DUNQUE SONO – Alessio Butti: «La politica deve saper ascoltare, non soltanto comunicare»
di LORENZO CASTELLUCCIO

Il sottosegretario alla Presidenza del Consiglio con delega all’Innovazione tecnologica e alla transizione digitale riflette sul ruolo dei social network nella comunicazione politica, sul potere degli algoritmi e sul rapporto tra istituzioni e cittadini.
Qual è il social network che preferisce utilizzare e perché?
«Linkedin, soprattutto in ragione dell’oggetto delle mie deleghe. La digitalizzazione e l’innovazione sono alcune tra le pietre angolari dell’Italia di oggi e di domani. Essere in contatto con migliaia di professionisti, imprenditori ed esperti tramite questa piattaforma è un vantaggio».
Che tipo di contenuti guarda più spesso sui social?
«Attualità, tecnologia e informazione. Mi incuriosisce soprattutto chi sa spiegare bene questioni complesse».
Quante ore al giorno guarda i social?
«Li consulto in diversi momenti della giornata, soprattutto per lavoro. Cerco di evitare che diventino un’abitudine automatica».
La prima cosa che fa al mattino quando prende lo smartphone è controllare le chiamate, i messaggi su WhatsApp o guardare i social?
«Controllo chiamate e messaggi, per capire se ci sono urgenze. Poi passo alla rassegna stampa e alle notizie».
Riuscirebbe a stare un’intera giornata senza vedere social? Lo ha mai fatto?
«Sì, e credo sia salutare riuscirci. Ci sono giornate nelle quali gli impegni e le persone che ho davanti assorbono tutta la mia attenzione».
È favorevole o contrario ai filtri per foto e video sui social? Lei li usa per le sue immagini?
«Se sono un gioco dichiarato, nessun problema. Mi preoccupano quando alimentano modelli irraggiungibili, soprattutto tra i ragazzi. Non essendo vanitoso, per le mie immagini preferisco la naturalezza».
Quando arrivano critiche o commenti negativi online, come reagisce di solito?
«Leggo le critiche e, quando sono fondate, ne tengo conto. Agli insulti cerco di non regalare altro spazio».
Un account che tutti dovrebbero seguire?
«Quello del Dipartimento per la trasformazione digitale, che ho l’onore di guidare. Capire come funziona la tecnologia, migliorare le proprie competenze e scoprire i progetti che hanno cambiato il paese è fondamentale per arrivare a una piena cittadinanza digitale».
Un account che lei non seguirà mai?
«Diversi. In generale quelli che costruiscono la propria visibilità sull’odio o sulla diffusione consapevole di notizie false».
Se i social sparissero domani mattina, che cosa le mancherebbe davvero?
«La possibilità di ricevere in pochi minuti osservazioni e segnalazioni da persone che altrimenti difficilmente riuscirei a incontrare».
Un tempo la politica passava soprattutto attraverso giornali e televisioni. Oggi i social permettono ai politici di parlare direttamente ai cittadini. Questo ha reso la politica più vicina alle persone o ha ridotto gli spazi di confronto critico?
«Hanno aperto un canale di contatto prezioso. Il confronto si impoverisce quando si pretende di esaurire una questione complessa in uno slogan o si ascolta soltanto chi ci dà ragione».
Gli algoritmi dei social decidono sempre più spesso quali contenuti ottengono visibilità. C’è il rischio che una parte del dibattito democratico venga condizionata dalle scelte di grandi piattaforme private?
«Sì. Decidere che cosa rendere visibile significa incidere sul dibattito pubblico. Per questo servono trasparenza sugli algoritmi e responsabilità delle piattaforme».
I social sono diventati uno degli strumenti principali della comunicazione politica. Quanto stanno cambiando il modo di fare politica e di costruire consenso?
«Accorciano i tempi e premiano messaggi immediati, spesso emotivi. Chi governa deve però saper prendere decisioni i cui risultati arrivano molto dopo l’ultimo post».
I social vengono spesso utilizzati per fare propaganda. Come possono trasformarsi in uno strumento di ascolto e dialogo reale con i cittadini?
«Rispondendo alle domande, raccogliendo le segnalazioni e spiegando quale seguito hanno avuto. L’ascolto acquista valore quando produce una risposta concreta».
Qual è l’emoji che utilizza di più?
«Il pollice alzato. Un modo rapido per dire “va bene” o “ricevuto».
Che idea si è fatta dei cosiddetti “leoni da tastiera”? Sono un fenomeno pericoloso o più spesso uno sfogo anonimo?
«Dietro uno schermo qualcuno dimentica di avere davanti una persona. Ma quando lo sfogo diventa minaccia o persecuzione, le conseguenze sono molto reali».
Il politico più bravo sui social?
«Giorgia Meloni, per la riconoscibilità del linguaggio e la capacità di rendere chiara una posizione politica».
Chi vincerebbe le elezioni senza social?
«Gli stessi che hanno vinto le ultime. Chi sa costruire fiducia, stare sul territorio e dare risposte credibili. I social amplificano queste qualità, difficilmente possono sostituirle a lungo».
Quando un follower può diventare un elettore?
«Quando trova corrispondenza tra ciò che un politico racconta e ciò che fa. Un contenuto può attirare l’attenzione, la fiducia si conquista nel tempo».
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