Hamas e la maschera della solidarietà
Solidarietà e sostegno al popolo palestinese, sì, ai civili, al diritto internazionale, ai corridoi umanitari. Ma non si possono chiudere gli occhi davanti al terrorismo, né tollerare che la beneficenza diventi copertura di reti criminali. L’Italia, legata al Mediterraneo e alla prospettiva dei due popoli, due Stati, deve tenere insieme umanità e lucidità nel difendere l’autodeterminazione palestinese. Questo non può significare romanticizzare Hamas o esaltarne l’immagine.
L’organizzazione è inserita nelle liste UE delle organizzazioni terroristiche. E quando la solidarietà diventa bandiera assoluta, impermeabile ai fatti, smette di essere virtù pubblica e rischia di farsi maschera. Qui sta il nodo politico e morale. Impedire che la solidarietà venga sequestrata da chi la usa come schermo per attività con finalità diverse. L’operazione Domino, della Digos della Polizia di Stato e della Guardia di Finanza, coordinata dalla Direzione Distrettuale Antimafia e Antiterrorismo di Genova, ha registrato nove arresti e sequestri per oltre 8 milioni di euro, con l’accusa di aver convogliato circa 7 milioni, tramite associazioni formalmente caritative e triangolazioni finanziarie internazionali, verso enti o soggetti ritenuti collegati a Hamas. Siamo nella fase cautelare.
Le contestazioni dovranno reggere al vaglio del contraddittorio e del processo, e la presunzione di innocenza resta un pilastro della nostra civiltà giuridica. Ma se le accuse fossero confermate in dibattimento, l’effetto sarebbe devastante, perché i fondi raccolti per il popolo di Gaza risulterebbero sottratti agli aiuti e piegati a una strategia di morte. Per questo serve un doppio rigore e non slogan. Trasparenza nel terzo settore e controlli antiriciclaggio mirati, perché il finanziamento del terrorismo, al pari della mafia, sfrutta canali digitali e circuiti apparentemente leciti.
È nei varchi della fiducia e nella retorica di effimere paladine di carta del solo umanitario che si infilano i professionisti dell’ambiguità. Detto ciò, in un clima segnato da torsioni illiberali e da democrazie stanche, alimentate da narrazioni identitarie a consumo rapido, come le grammatiche Maga e Woke che riducono la complessità a fedeltà di tribù, guai a scambiare le funzioni di polizia per ideologia. Siamo passati dalle grandi ideologie del Novecento, nate dal disagio e dai conflitti dei processi sociali e del lavoro, a narrazioni improvvisate che inseguono i costumi del momento. Ma queste mode non devono incidere sull’evoluzione della civiltà giuridica occidentale. La legge non è un hashtag, il nostro progresso non è una tifoseria, e va difeso.
La sicurezza non è consumo politico né una scorciatoia per affermare lo Stato giudiziario. È condizione di libertà. Vive dentro i confini disegnati dalla legge e sotto controllo democratico. Qui la politica deve espletare la sua funzione, senza delegare tutto a procure e divisioni investigative. Evitando di farsi contaminare dalla tentazione, oggi diffusissima, di adottare cause e paladine del momento come posture morali, decontestualizzandole dai fatti. Quando i fatti mettono in luce la realtà, resta solo la propaganda, e la propaganda è il contrario della democrazia. Poi c’è un dato che non va generalizzato. La maggioranza dei cittadini musulmani in Europa vive e lavora in pace. Il problema riguarda minoranze radicalizzate e reti che, nei vuoti sociali e nelle bolle identitarie, cercano copertura o avvallo della politica, e coltivano propaganda e reclutamento.
Le analisi europee sul terrorismo ricordano che la minaccia jihadista resta tra le principali preoccupazioni, soprattutto quando le crisi geopolitiche amplificano narrative polarizzanti. Solidarietà e sicurezza non sono alternative. Ma senza sicurezza non c’è libertà, e senza libertà la sicurezza è un inganno. La bussola resta la cultura repubblicana italiana, specie in tema di Pubblica Sicurezza Democratica, il cui modello è sorto nell’ambito del conflitto sociale. La causa palestinese va difesa sul terreno della politica, nei fori internazionali multilaterali e nelle Nazioni Unite, ma isolando le strumentalizzazioni che avvallano il terrorismo. È utile rammentare la stagione dell’OLP di Arafat, con tutti i suoi chiaroscuri, che tentò di riportare la questione palestinese in una logica politica e diplomatica.
Oggi c’è chi vorrebbe sostituire la politica con la sacralizzazione nobile della violenza, una regressione che uccide prima di tutto i civili. In sintesi, la società multietnica e multireligiosa produce fratture nuove, e la Francia, per storia e composizione sociale, ha spesso anticipato, nelle tensioni identitarie delle sue periferie, fenomeni diffusisi nel continente. Averne ignorato i segnali per cecità ideologica ci ha esposto a sorprese peggiori. L’orizzonte internazionale è utile non per importare allarmi, ma come forma di vaccinazione politica.
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