L’Italia che non crede nel proprio domani
Un popolo che non fa più figli è un popolo che ha smesso di credere nella vita, che ha reciso il proprio legame con il domani e ha deciso di confinare l’esistenza nello spazio angusto della breve vita dell’individuo.
Indro Montanelli ammoniva con lucidità che chi ignora il proprio passato non possiede gli strumenti per comprendere il futuro; oggi potremmo aggiungere, con maggiore inquietudine, che viviamo in un’epoca prigioniera di un eterno presente proprio perché abbiamo smesso di credere che un domani esista davvero.
La nostra tristezza nel guardare unicamente al presente affonda le radici in questo vuoto radicale; non avendo figli, non pensiamo più al dopo. Questa certezza mutila ogni nostro ragionamento e lo paralizza nella lunga prospettiva. Non ci interessiamo più del mondo che verrà tra cent’anni, e nemmeno di quello che vedrà la luce fra cinquanta; prevale il pensiero cinico e rassegnato che tanto, in fondo, noi non ci saremo più e che di noi non rimarrà nulla. Non siamo interessati a lasciare niente a nessuno perché non abbiamo nessuno a cui lasciare qualcosa.
La morte doppiamente tragica e l’orizzonte che si chiude
Ci priviamo così della proiezione naturale di rimanere in qualche modo su questa terra e di non svanire del tutto. Per questo motivo la morte diventa doppiamente tragica, vissuta come la fine terrena assoluta e definitiva. Certo, chi possiede il conforto della fede intravede orizzonti diversi, ma nella dimensione terrena tutto si muta in un orizzonte che si chiude; finiamo, ci estinguiamo, e poiché dopo di noi è tutto finito, pensiamo soltanto a spremere e a vivere al meglio ciò che ci rimane. Altre grandi civiltà, come la Cina, sanno ancora guardare con lucidità alla prossima generazione o alle prossime cinque; l’Occidente europeo e l’Italia, al contrario, si sono ridotti a contemplare un orizzonte miope e sbarrato.
È un dramma che si consuma nel silenzio delle nostre coscienze, ma che si manifesta con evidenza plastica nella cruda realtà visiva dei nostri giorni. La geografia umana delle nostre città è impietosa. Si moltiplicano i funerali di parenti e amici, mentre le culle si svuotano inesorabilmente. Questo squilibrio demografico non ferisce soltanto il sentimento intimo della continuità, ma aggredisce implacabilmente quel vecchio sistema del welfare che si reggeva su un patto generazionale oggi ridotto a brandelli.
Immigrazione, robotica e le false scorciatoie
Di fronte a questa emorragia demografica, le risposte della politica e della sociologia oscillano tra l’illusione e la rimozione. Si guarda spesso all’immigrazione come a una scorciatoia compensativa, dimenticando tuttavia che un Paese privo di una forte identità e di valori condivisi, immerso com’è nella cosiddetta società liquida, fallisce nell’integrazione. Il risultato non è l’accoglienza armonica, ma la frantumazione della convivenza civile in una miriade di piccoli feudi autonomi, comunità separate che coesistono senza dialogare, alimentando una pericolosa frammentazione sociale.
L’immagine più struggente e rivelatrice resta quella di una vecchia fotografia di famiglia. La mia bisnonna circondata da quarantadue nipoti, frutto di sette figli che a loro volta ne avevano generati tre o quattro ciascuno. Oggi, di quella discendenza immensa, i pronipoti hanno messo al mondo in tutto appena sette bambini.
C’è chi guarda alla robotica e all’innovazione tecnologica come a un possibile ammortizzatore economico, prendendo a modello la via nipponica. E sicuramente è meglio della sostituzione etnica, intesa come sostituzione culturale.
Il futuro come promessa da custodire
Ma nessun automa, per quanto sofisticato, potrà mai sostituire il calore di una civiltà che sceglie di prolungarsi nel tempo. La verità profonda è che un popolo senza figli è un popolo privo di prospettiva, un organismo che esaurisce la propria parabola vitale ripiegandosi narcisisticamente su se stesso.
In questo scenario, la tristezza che ci attraversa non è una semplice malinconia passeggera, ma una rassegnazione profonda. L’orizzonte si è ristretto al qui e ora. Non credere più nell’Italia, nella trasmissione di un testimone, nella continuazione di sé attraverso lo sguardo di un figlio è la resa definitiva. E finché non torneremo a considerare il futuro non come una minaccia da subire, ma come una promessa da custodire, continueremo a celebrare troppi addii e a invocare troppo tardi i battesimi che non abbiamo avuto il coraggio di desiderare.
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