L'identità: Storie, volti e voci al femminile Poltrone Rosse



Politica

Fakir e Monica Esposito, il solito doppio standard della sinistra

di Alberto Filippi -


Bologna brucia e il sindaco Matteo Lepore, invece di fare l’amministratore, ha scelto di fare il capopolo. Quando un cittadino di 42 anni, Abderrahim Fakir, muore durante un intervento delle forze dell’ordine chiamate al 113 da residenti esasperati e impauriti da una situazione di forte agitazione in via Italo Svevo, al Pilastro, la prima istituzione della città non attende gli esiti della Procura, non attende l’autopsia, non attende le bodycam: convoca un presidio in piazza Nettuno e si schiera, prima che qualunque cosa sia accertata, contro le forze dell’ordine e contro il parere della Prefettura.

Un sindaco non è un segretario di partito e non è un capo corteo: è il primo cittadino di tutti i bolognesi, di chi manifesta e di chi quel giorno voleva solo portare i figli in città o aprire il proprio negozio.

Dalla piazza alla guerriglia del 20 luglio

Invece quella scelta politica, legittima se a farla fosse stato un parlamentare di opposizione, molto meno legittima se a farla è chi dovrebbe amministrare sopra le parti, ha acceso una miccia che è esplosa la sera del 20 luglio in una guerriglia urbana nel centro storico: scontri, cariche, mezzi delle forze dell’ordine danneggiati, decine di feriti tra agenti e manifestanti, un operatore tv aggredito, e centinaia di famiglie, di padri, di madri, di ragazzi perbene costretti a rinchiudersi in casa o a rinunciare a cene e serate nel cuore di una città che quella sera non apparteneva più a loro.

Anche gli operatori del turismo e della ristorazione bolognese hanno dovuto fare i conti con disdette di prenotazioni arrivate da turisti stranieri spaventati dalle immagini rimbalzate sui giornali di mezza Europa: un danno economico, oltre che d’immagine, che qualcuno prima o poi dovrà mettere in conto all’amministrazione di Lepore preoccupato di salvaguardare parte del proprio elettorato, quello di cui molti politici si vergognerebbero di avere.

Il paradosso della scorta a chi ha chiamato la piazza

E non è finita qui, perché ora alla Prefettura di Bologna è toccato assegnare la scorta a Matteo Lepore, travolto da una valanga di minacce di morte sui social dopo aver indetto quella manifestazione: minacce che non condivido sia ben chiaro, che vanno condannate senza se e senza ma, perché nessuno – di qualunque colore politico – dovrebbe vivere sotto minaccia. Ma resta il paradosso amaro, quasi la legge del contrappasso: proprio quei poliziotti e quei carabinieri caricati, insultati, colpiti con spranghe e bottiglie nella stessa piazza dove Lepore aveva chiamato la città a raccolta, oggi devono scortare e proteggere lui, mentre a centinaia di bolognesi comuni, quella sera, nessuno ha garantito di poter vivere liberamente la propria città. Se fossi un agente della Polizia o un carabiniere chiamato a quel servizio, capirei chi si sentisse improvvisamente “con l’emicrania”.

La memoria selettiva e il capotreno Alessandro Ambrosio

Il paradosso più stridente, però, non è solo quello della scorta: è anche quello della memoria selettiva. A gennaio, ad accoltellare a morte in piazzale Ovest della stazione un giovane capotreno di Trenitalia, Alessandro Ambrosio, 34 anni, lavoratore onesto ucciso mentre andava alla sua auto, è stato un cittadino croato con precedenti, Marin Jelenic. Nessun presidio istituzionale in piazza Nettuno per lui, nessuna mobilitazione della politica cittadina paragonabile a quella vista per Fakir, che pure – come hanno ricordato i sindacati di polizia – aveva precedenti per detenzione e spaccio di stupefacenti risalenti al 2003 ed era stato fermato quel giorno proprio perché segnalato in stato di forte agitazione da chi con lui doveva conviverci. Due morti, due storie di dolore vero, un solo standard doppio nel trattamento pubblico e istituzionale.

Il silenzio su Monica Esposito, uccisa a Modena

Lo stesso standard doppio si ritrova, drammaticamente, se si guarda a pochi chilometri da Bologna, a Modena. Il 16 maggio scorso Salim El Koudri, 31 anni, marocchino, si è lanciato con l’auto sulla folla in via Emilia Centro, ferendo otto persone. Una di loro, Monica Esposito, 55 anni, madre di tre figli, dopo 69 giorni di agonia tra l’ospedale Maggiore di Bologna e il Civile di Baggiovara, non ce l’ha fatta ed è morta il 22 luglio: El Koudri ora dovrà rispondere anche di omicidio. Ebbene, quante fiaccolate istituzionali ha organizzato il sindaco Lepore per Monica Esposito? Quante parole di vicinanza, quante passerelle, quanta solidarietà istituzionale ha ricevuto pubblicamente la famiglia Esposito, a confronto di quella riservata al caso Fakir?

Anche il fratello della vittima, Giovanni Esposito, lo ha denunciato pubblicamente: si è sentito lasciato solo, convinto che si voglia “insabbiare tutto”. E in alcuni consessi istituzionali locali, secondo diverse ricostruzioni circolate nei giorni scorsi, sarebbe stato addirittura negato un minuto di silenzio per lei. Se questo fosse confermato, sarebbe di una gravità istituzionale enorme: un conto è la sensibilità sacrosanta verso chi muore durante un intervento di polizia, che va sempre accertata nei tribunali e non nelle piazze; un altro è il silenzio verso chi muore vittima innocente di un attentato con l’auto lanciata sulla folla.

Da Roggero alla famiglia Esposito, il doppio standard sui risarcimenti

E qui arriva la domanda che davvero nessuno pone con la stessa insistenza riservata ad altri casi: a Mario Roggero, il gioielliere di La Morra condannato in via definitiva dalla Cassazione a 14 anni e 9 mesi per aver ucciso due dei tre rapinatori che lo avevano assaltato nel 2021, sono stati chiesti in sede civile 3,3 milioni di euro dai familiari dei banditi, con una provvisionale già fissata a 780mila euro che gli sta costando la casa e i risparmi di una vita.

Ebbene: quanto verrà chiesto, e soprattutto quanto verrà davvero ottenuto, dalla famiglia di Monica Esposito nei confronti di Salim El Koudri, l’uomo che le ha tolto la vita lanciando un’auto sulla folla? La domanda, sollevata anche sui social da diversi cittadini nei giorni scorsi, meriterebbe una risposta seria da parte delle istituzioni e da parte di chi si straccia le vesti solo quando il “colpevole” veste i panni comodi della narrazione.

La narrazione preconfezionata di Salis e Cucchi

Ed è proprio su questa narrazione preconfezionata che si è gettata a capofitto l’eurodeputata di Alleanza Verdi e Sinistra Ilaria Salis, che ha commentato il video dell’intervento su Fakir parlando di “schifo” e accostandolo a un impresentabile “modello Usa” di gestione dell’ordine pubblico, ancora prima che la Procura avesse acquisito le bodycam e ricostruito i fatti. Un ragionamento che definire fuori da ogni logica è quasi un eufemismo: si condanna un intervento delle forze dell’ordine chiamate da cittadini spaventati prima ancora che un giudice si esprima, si tace però per settimane sulla morte di una donna innocente falciata da un’auto lanciata deliberatamente sulla folla. Non si può pretendere di essere arbitri di giustizia sommaria a corrente alternata. Anche la senatrice Ilaria Cucchi, dal canto suo, ha attribuito al Governo la responsabilità di quanto accaduto a Bologna.

Alla fine la domanda vera, quella che nessuno dei protagonisti di questa vicenda sembra volersi porre, è semplice: si vuole amministrare una città o si vuole fare propaganda politica sulla pelle dei cittadini, sulla pelle delle vittime vere e sulla pelle delle forze dell’ordine? Finché la risposta resterà quella vista in questi giorni a Bologna, il conto – in vite, in feriti, in danni, in fiducia nelle istituzioni – lo pagheranno sempre gli stessi: i cittadini onesti.

LEGGI TUTTE LE NEWS DI POLITICA


Torna alle notizie in home