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Cultura & Spettacolo

Tutti gli stilisti di Giorgia? No: tutti i fasonisti dimenticati d’Italia

di Redazione -


di Gianluca Bottone*

La Stampa racconta “gli stilisti di Giorgia”. Io vorrei raccontare ciò che resta fuori dall’inquadratura: le mani, le notti, i laboratori, le famiglie e i fasonisti che rendono possibile il Made in Italy prima ancora che arrivi una firma su un cartellino.

Conobbi Giorgia Meloni per caso, mentre ero con l’amica Nunzia De Girolamo. Nunzia indossava una mia camicia. Giorgia la notò: la qualità, il tessuto, la vestibilità, il fatto che non si sgualcisse. Allora Fratelli d’Italia viaggiava intorno al 4% e nessuno immaginava la strada che avrebbe percorso. Mi chiese di acquistarne alcune per provarle. Da quel momento, come Nunzia, diventò una cliente abituale.
Per me non fu gossip, fu riscatto. Vedevo riconosciuti i sacrifici dei miei genitori e poi i miei. Quelle camicie giravano l’Italia, fino ai manifesti della campagna elettorale che avrebbe portato Meloni a Palazzo Chigi. La soddisfazione più grande arrivò quando, davanti alle televisioni italiane e internazionali, vidi quelle camicie in incontri con Donald Trump e con altri leader mondiali.

Ma oggi non scrivo per vantarmi. Scrivo perché quell’articolo deve diventare una domanda politica. Presidenza del Consiglio, Ministero delle Imprese e del Made in Italy: se il Made in Italy viene celebrato sui red carpet e nelle diplomazie, perché i laboratori che lo rendono reale muoiono nel silenzio?
La crisi dei fasonisti non è un temporale passeggero: è una frana. Da anni grandi marchi italiani scelgono di produrre all’estero, poi fanno rientrare i capi e chiedono ai laboratori italiani l’ultimo gesto, l’etichetta, la rifinitura utile a rispettare la legge e salvare la narrazione. Così il Made in Italy rischia di diventare un bollino, non una filiera. Una liturgia senza popolo. Un racconto elegante costruito sopra capannoni vuoti.

Io non accuso chi veste il potere. Accuso un sistema che usa il prestigio dell’Italia mentre abbandona chi lo ha costruito. Senza i fasonisti, senza artigiani, sarte, tagliatori, stiratrici, modellisti, il Made in Italy è solo marketing patriottico.

E allora sì: parliamo pure degli stilisti di Giorgia. Ma parliamo anche di chi cuce l’Italia vera. Perché una camicia può arrivare a un vertice internazionale; un laboratorio chiuso, invece, non torna più.

*Responsabile nazionale fasonisti Confimprenditori, titolare Bottone1976


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