Susa, al Castello della Contessa Adelaide si amplia il percorso
Sette nuove sale nel castello per raccontare una storia lunga millenni.

Dalla preistoria alla Segusio romana, reperti e nuove ricerche raccontano una valle da sempre crocevia delle Alpi.

A Susa la storia non è soltanto quella che si incontra passeggiando tra l’Arco di Augusto, la Cattedrale o le strade del centro storico. È una storia che scende nel terreno, attraversa millenni e riaffiora nei reperti conservati nei musei. Ora una parte di questo racconto diventa ancora più visibile grazie alle sette nuove sale del Museo Civico Archeologico del Castello della Contessa Adelaide, inaugurate sabato 26 settembre. È un ampliamento che permette di conoscere meglio un territorio che, molto prima di diventare una delle principali porte di accesso alle Alpi, era già attraversato da uomini, merci, idee e culture. Il nuovo allestimento raccoglie infatti testimonianze che vanno dal Neolitico all’età romana e mette in relazione i reperti con le più recenti conoscenze maturate attraverso gli studi archeologici. Il percorso comincia dalle epoche più lontane, quando la Valle di Susa era abitata da comunità preistoriche. Tra gli oggetti esposti c’è anche una punta di lancia in bronzo proveniente da Avigliana, dalla borgata Malano, databile tra la metà del XIV e gli inizi del XII secolo avanti Cristo. Un reperto apparentemente piccolo, ma capace di raccontare una realtà tutt’altro che isolata: i confronti con materiali rinvenuti nell’area alpina svizzera mostrano infatti l’esistenza di contatti che già nell’età del Bronzo superavano le montagne. Poi arriva Roma. E con Roma cambia il volto della valle.
Le sale dedicate a Segusio accompagnano il visitatore nella trasformazione dell’antico centro in una città inserita nel sistema politico e culturale romano. È il periodo nel quale si colloca anche il rapporto tra Roma e il territorio governato da Cozio e il celebre accordo con Augusto, destinato a modificare profondamente gli equilibri della regione. A ricordare quella svolta, ancora oggi, c’è l’Arco di Augusto, costruito nel 9-8 avanti Cristo e diventato uno dei simboli più riconoscibili di Susa. Ma il nuovo percorso invita a guardare oltre il monumento, per capire come viveva la città che gli stava intorno. Si passa così dal foro agli edifici pubblici, dai luoghi di culto alle abitazioni private, fino alle necropoli. E sono proprio gli oggetti della vita quotidiana a restituire un’immagine più concreta degli abitanti di Segusio: non soltanto una città raccontata dai grandi monumenti, ma una comunità fatta di persone, abitudini, credenze e gesti quotidiani. Tra i reperti più interessanti figurano due statuette bronzee di Ercole, raffigurato con la clava e la pelle del leone. Databili tra il II e il I secolo avanti Cristo, sono considerate tra le più antiche testimonianze di culti di matrice greco-romana individuate nel territorio alpino. Il nuovo allestimento ha però un significato che va oltre la semplice esposizione. Dietro ogni reperto c’è un lavoro fatto di scavi, catalogazione, conservazione, confronti e interpretazione. Ed è proprio questo rapporto tra patrimonio e ricerca che il progetto vuole rendere più comprensibile al pubblico.
L’inaugurazione del 26 settembre è stata infatti accompagnata da una tavola rotonda dedicata ai nuovi dati di studio, con la partecipazione di studiosi e rappresentanti della Soprintendenza, dell’Università di Genova e del Politecnico di Torino. Un modo per mostrare che un museo archeologico non è un luogo nel quale la storia viene semplicemente conservata, ma uno spazio nel quale continua a essere studiata e raccontata. Il Castello della Contessa Adelaide diventa così una sorta di lente attraverso cui osservare la Valle di Susa nel tempo. Sette nuove sale aggiungono tasselli a un racconto che parte dalla preistoria e arriva alla città romana, mettendo in luce il ruolo che questo territorio ha avuto per secoli come punto di incontro tra la pianura e le Alpi.
E forse è proprio questa la chiave per comprendere il fascino di Susa: non una città che custodisce soltanto monumenti del passato, ma un luogo nel quale il passato continua a emergere, a essere studiato e a trovare nuove forme per essere raccontato.
Maria La Barbera
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