L’Election Day è arrivato. Formalmente si eleggono deputati, senatori e governatori. Sostanzialmente si vota per Donald Trump. Accade sempre, in parte, nelle elezioni di metà mandato. Ma raramente come stavolta. Perché il presidente ha trasformato queste midterm in un referendum personale sulla propria leadership, sul proprio movimento e persino sulla propria immagine. Ha imposto candidati, silurato dissidenti, occupato ogni spazio mediatico disponibile, piegato il Partito repubblicano alle esigenze della sua narrazione politica e portato la campagna elettorale su un terreno sempre più plebiscitario. Persino la promessa di assegni da 5.000 dollari agli elettori in caso di conquista del Congresso ha contribuito ad accrescere la sensazione di trovarsi davanti non a un normale appuntamento elettorale, ma a un gigantesco giudizio sulla sua presidenza. Per questo il voto odierno rischia di essere molto più significativo di quanto suggerisca l’etichetta istituzionale delle midterm.
La posta in gioco
Gli elettori sono chiamati a scegliere tutti i 435 membri della Camera dei Rappresentanti e 35 senatori. Si vota inoltre per 36 governatori e per centinaia di cariche statali e locali. Il meccanismo è complesso, diverso da Stato a Stato, con regole che variano per il voto anticipato, quello postale, la registrazione elettorale e perfino l’identificazione ai seggi. Il risultato politico, al contrario, è molto più semplice. Chi controlla il Congresso controlla buona parte della capacità operativa della Casa Bianca. Alla Camera servono 218 seggi per ottenere la maggioranza. Al Senato la soglia è 51. Ed è proprio qui che si concentra il vero terremoto potenziale.
Una vittoria democratica alla Camera rappresenterebbe già una bocciatura severa per il tycoon. Significherebbe commissioni d’inchiesta, guerra sui bilanci federali, blocchi legislativi e un’opposizione dotata degli strumenti istituzionali per logorare quotidianamente la Casa Bianca. Tuttavia sarebbe la conquista del Senato a cambiare realmente i rapporti di forza. Perdere anche la Camera alta significherebbe consegnare alla minoranza il controllo delle commissioni, dell’agenda parlamentare e soprattutto del processo di conferma delle nomine presidenziali. Ogni giudice, ogni alto funzionario, ogni scelta strategica della presidenza finirebbe sotto il controllo di una maggioranza ostile. Non una caduta del governo, impossibile nel sistema americano, ma una paralisi politica permanente. In altre parole, Trump resterebbe presidente, ma con le mani legate.
Il crollo di popolarità del tycoon
Per comprendere la portata del rischio basta guardare i numeri della sua popolarità. La storia americana offre un precedente che alla Casa Bianca preferirebbero dimenticare. Solo Harry Truman arrivò alle elezioni midterm del 1946 con un indice di gradimento inferiore a quello registrato oggi da Trump. Quando i presidenti precipitano attorno al 35% di consenso, il voto di metà mandato smette di essere una consultazione parlamentare e diventa una resa dei conti. La tradizione statistica è impietosa. Dal 1934 a oggi il partito del presidente ha perso seggi alla Camera in venti elezioni su ventitré. Franklin Roosevelt, Bill Clinton, Barack Obama e lo stesso Trump nel 2018 hanno sperimentato la brutalità di questa legge politica non scritta. Gli americani tendono a usare le midterm per limitare il potere di chi governa. La differenza è che nessuno dei predecessori di “The Donald” aveva scelto di personalizzare così profondamente la sfida.
Un pericoloso referendum
Se il presidente vincerà, rivendicherà il risultato come una consacrazione personale. Ma se perderà non potrà rifugiarsi dietro la tradizionale spiegazione delle dinamiche locali o dei cicli elettorali. Ecco perché a Washington si guarda con crescente nervosismo a Stati che fino a pochi mesi fa sembravano saldamente repubblicani. Texas, Kansas, Iowa e Alaska normalmente non comparirebbero nella lista dei sogni democratici e invece oggi potrebbero trasformarsi nei simboli di una rivolta elettorale.
È vero, i sondaggi hanno spesso sottovalutato l’elettorato trumpiano. Però è altrettanto innegabile che l’insoddisfazione verso la Casa Bianca appare ormai così estesa da aver aperto crepe perfino nelle roccaforti conservatrici.