Non solo Meloni, l'appello di imprese e sindacati a Bruxelles. Il Fmi denuncia "la crisi più grave" ma chiede di non sforare i paletti
Il mondo non finisce oggi, e nemmeno le paure sul Patto di Stabilità e le decisioni della Ue. Di sicuro il mondo, non è finito ieri. Le Borse, in Europa e in Asia, hanno recuperato terreno e il segno più ha campeggiato, a fine seduta, nei listini di mezzo mondo. A cominciare da Milano che chiude la seduta col +1,34%, migliore in tutto il Vecchio Continente. Petrolio e gas continuano a perdere colpi nelle quotazioni. Il brent scende sotto i 96 dollari al barile, il Wti precipita sotto i 93. Il mondo non finisce ma ciò non vuol dire certo che tutto vada bene, madama la marchesa (anzi la contessa…) von der Leyen.
Patto di stabilità Ue, ultima chiamata per Ursula?
Il momento è importante. Innanzitutto dal punto di vista economico e quindi pure sotto il profilo politico. Bruxelles ha la grandissima occasione di prendere, finalmente, in mano la situazione e decidere. Una volta tanto. Dimostrando di essere qualcosa di più di un club di contabili fissati col rigore. Il tema, manco a dirlo, è quello del Patto di Stabilità. Ieri ci è tornata Giorgia Meloni: “Penso che l’Europa non dovrebbe sottovalutare l’impatto che questa crisi può avere nei prossimi mesi. Farebbe un enorme errore di valutazione se considerasse di muoversi troppo tardi”. Già. il tempismo è tutto quando si affronta una crisi. E l’Ue, detto sottovoce sennò qualcuno s’arrabbia, non ha mai brillato sotto il profilo della reazione. Le parole della premier italiana hanno, giustamente, riportato in auge il dibattito. Un coro unanime chiede all’Ue e a Ursula von der Leyen di soprassedere, di valutare bene prima di chiudere ogni speranza. L’appello non arriva solo dai politici. Non è (solo) Salvini a chiedere uno stop al Patto, argomento che, per una volta, mette la Lega d’accordo con Forza Italia.
Imprese e sindacati: “Sì alla sospensione”
Il mondo economico e produttivo inizia a chiedere uno scatto d’orgoglio a Bruxelles. Dai costruttori fino al sindacato. “Ha ragione il Ministro Salvini a sollecitare anche oggi un immediato intervento europeo per affrontare questa emergenza energetica senza precedenti. Se non lo facciamo ora, allora quando?”, ha affermato la presidente dell’associazione nazionale dei costruttori, Federica Brancaccio. Un sì che, in tv, ha ribadito pure la segretaria generale Cisl Daniela Fumarola. E che è stato sottolineato pure dal leader Ugl Paolo Capone. Non è un tema elettorale ma un argomento che inizia a farsi largo e a essere percepito come decisivo per il futuro produttivo del Paese. L’Italia ha i suoi problemi, per carità. La manovra non è stata esattamente espansiva proprio per poter rientrare nell’ormai famigerato 3%. Ma un’altra strettoia, forse, il Paese non la reggerebbe. A maggior ragione se si considerano i dati pubblicati dal Fmi.
La logica inafferrabile del (solito) Fmi
Secondo cui la crescita globale quest’anno è già in calo e non andrà oltre il 3,1%. Un numero che, a tanti (a cominciare dal Mef), non pare casuale. L’Italia, in particolare, secondo il Fondo monetario internazionale, non andrà oltre la crescita di mezzo punto percentuale, tanto per il 2026 quanto per il 2027. Cifre in calo, rispetto alle ultime previsioni, di ben due decimi. L’appello degli economisti è alle (solite) misure temporanee, mirate. Il Fmi è pur sempre quello che è. Di fronte a quella che dipinge come la peggior crisi energetica di sempre, invita l’Ue a tenere la barra dritta e a non sospendere il Patto di Stabilità. Tutto ciò mentre Lagarde dice e non dice, restando fedele a un approccio “sui dati” in vista della riunione Bce di fine mese. Giovannino Guareschi, oggi, sarebbe costretto a ridisegnare i trinariciuti.
Gas russo, tra sondaggi e chiusure
Di fronte a questo bailamme, mentre il mondo non finisce, si è tornati a parlare pure del gas russo. Meloni ha escluso l’ipotesi di Descalzi, ad Eni, di iniziare a immaginare uno stop al ban che scatterà dal 1° gennaio del prossimo anno. C’è tempo. Chissà se ce n’è pure per il Cremlino che invita a far presto “prima che sia troppo tardi”. Uno scricchiolio, intanto, già è arrivato a Bruxelles. Stando a un sondaggio EuroScope di Polling Europe, il 49% dei cittadini Ue sarebbe favorevole a tornare all’acquisto di gas russo una volta finita la guerra con l’Ucraina. Il “no” è condiviso solo dal 32% mentre il 19% preferisce glissare. Un segnale che la Commissione non può ignorare. Non per riaprire i canali con la Russia ma per comprendere che restare pervicacemente attaccati a petizioni (contabili) di principio rischia di trasformarsi in un boomerang. Che, alla lunga, si pagherà.