L'identità: Storie, volti e voci al femminile Poltrone Rosse



Editoriale

Un bene per il Paese e non per una singola parte politica

di Adolfo Spezzaferro -


Facciamo a capirci, una legge elettorale si giudica, prima di tutto, dai suoi effetti sul funzionamento della democrazia. Al di là di chi l’abbia proposta, il nuovo dispositivo approvato ieri ha un merito potenziale: riportare al centro il cittadino-elettore e, insieme, affrontare una questione che l’Italia conosce bene (purtroppo), quella della stabilità dei governi.

D’altronde il voto deve servire non soltanto a comporre un Parlamento rappresentativo, ma anche a consentire alla maggioranza uscita dalle urne di tradurre il mandato ricevuto in un’azione di governo coerente e riconoscibile.

Quando invece l’esito del voto viene continuamente rimesso in discussione attraverso maggioranze variabili, intese nate a scrutini conclusi o soluzioni tecniche prive di un’investitura politica diretta, il rapporto tra elettori e istituzioni salta, come abbiamo già visto in passato.

Garantire maggiore stabilità peraltro significa rafforzare la sovranità del Parlamento, mettendola al riparo dalla necessità di ricorrere a governi tecnici (non sia mai, mai più!) o a maggioranze costruite in corso d’opera, talvolta ben lungi dalle indicazioni espresse dagli elettori. La governabilità, naturalmente, non può essere un alibi per ridurre il pluralismo né per sottrarre spazio al confronto parlamentare.

Ma un sistema democratico ha responsabilità chiare: chi vince deve poter governare, chi perde deve poter controllare. È questo, più che la convenienza contingente di una parte politica, il punto da discutere. Se la nuova legge riuscirà a coniugare rappresentanza, responsabilità e stabilità, ne trarrà beneficio il Paese, indipendentemente da chi l’ha proposta e approvata.

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