Vannacci è uno spauracchio, i moderati devono temere l’ortodossia massimalista del Campo Largo
La politica italiana è diventata un cabaret dove il rovesciamento della realtà è l’unica costante. Si agita il nome del generale Roberto Vannacci come una minaccia esistenziale per il centrodestra, cercando di convincere gli elettori moderati che la sua presenza rappresenta il vero pericolo per l’equilibrio del Paese.
È un trucco retorico grossolano, un’operazione di distrazione di massa orchestrata da chi, proprio in questo momento, sta tentando di nascondere la propria deriva autoritaria dietro il velo di un presunto campo largo.
Ma a guardare bene, il vero spettro che deve inquietare ogni moderato che si rispetti non è la fluidità del centrodestra, bensì la dogmatica e soffocante ortodossia estremista che infesta il centrosinistra.
Il campo largo e la prigione del politicamente corretto
Il gioco è fin troppo scoperto. I paladini del centrosinistra, che siano i reduci di una segreteria schleiniana massimalista o i trasformisti, gli uomini buoni per tutte le stagioni, hanno barattato la cultura del dialogo con la rigidità di un’ideologia che si nutre di politicamente corretto, wokeismo e cancel culture. Questa non è apertura; è una prigione mentale dove il confronto è vietato e il dissenso messo all’indice.
Si pretende di incastrare i moderati, soprattutto cattolici, in un recinto dove le bandiere sono quelle dell’aborto in Costituzione e del fine vita ideologizzato, il tutto in ossequio a una linea che, se domani imponesse di abbracciare Di Battista, lo farebbe con la stessa naturalezza con cui oggi accarezza chiunque pur di non perdere la presa sul potere. Nulla di nuovo. Quelli che vorrebbero passare per progressisti ed amici dei moderati, hanno bisogno di Fratoianni, Bonelli, pentastellati e centri sociali.
Vannacci, un generale di lungo corso, dovrebbe essere il diavolo per i moderati; tutto l’estremismo di sinistra accettabile!
Perché i moderati non devono temere Vannacci
I moderati non hanno nulla da temere dal centrodestra, una coalizione che ha dato prova di saper governare con una pragmatica duttilità, l’unica capace di garantire stabilità e durata. Silvio Berlusconi e Giorgia Meloni non hanno costruito il loro consenso sui diktat ideologici, ma sulla capacità di includere, mediare e finalizzare l’azione di governo a proposte concrete. La Lega secessionista, fu normalizzata e riportata nei binari della dialettica parlamentare proprio dal centrodestra.
La presenza di Vannacci in questo quadro non è uno spostamento a destra insostenibile, ma un tassello in una compagine che, per sua natura, accetta il confronto. Il paradosso, che i teorici del centro moderato fingono di non vedere, è che un governo serio si costruisce sui programmi: se il centrodestra è in grado di far coesistere visioni diverse sotto l’egida della concretezza, è di un programma condiviso, il campo largo è invece un’armata brancaleone incapace di produrre un solo progetto che non sia l’occupazione dell’apparato istituzionale.
La coalizione di centro-destra deve allargarsi senza paura. Può essere difficile far coesistere Forza Italia, Calenda e Vannacci. Ma vale la pena tentare. A patto che ciò venga fatto sui programmi e sui contenuti. È questa la duttilità e l’opportunità politica. Entrare nel merito. Gli schieramenti ideologizzati da tifo calcistico, sono lontani dalla grande tradizione dei moderati in questo paese. Rappresentata da uomini di mediazione.
Non Vannacci ma l’ortodossia: dove guarda il moderato lucido
Il vero nodo della questione è la sopravvivenza. Il campo largo non è un progetto politico, è una manovra disperata di conservazione del potere da parte di chi, consapevole della propria irrilevanza elettorale e della propria disarticolazione, spera nel soccorso di poteri forti e burocrazie amiche. I moderati che oggi decidono di restare nel perimetro di quel massimalismo non lo fanno per convinzione, ma per una sorta di rendita di posizione, per restare nel Palazzo mentre il Paese corre altrove.
Il moderato lucido, quello che ha a cuore la stabilità e la libertà, deve guardare altrove. Non si deve temere un Vannacci che accetta le sfide della politica, ma l’ortodossia di un campo largo che, in nome di un progressismo di facciata, ha cacciato i veri progressisti per fare spazio a un integralismo che soffoca ogni dissenso. La duttilità del centrodestra è la garanzia che la democrazia non si trasformerà in una tecnocrazia ideologizzata; al contrario, il massimalismo del centrosinistra è il vero baluardo contro il quale si infrange ogni speranza di un centro, cattolico, liberale e autentico.
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