Sangue in Yemen, tensione a Hormuz: l’Iran prova a riscrivere gli equilibri
L'Occidente punta sulla “deterrenza”
Cresce il rischio che il conflitto yemenita diventi definitivamente uno dei fronti centrali della crisi mediorientale. Secondo fonti locali citate da al-Jazeera, sono oltre 70 le vittime dell’attacco che ha colpito un sito di addestramento delle forze governative nella provincia meridionale di Shabwa. I feriti sarebbero circa 200. Stando alla ricostruzione fornita dalle autorità di Aden, i ribelli Houthi hanno lanciato tre missili balistici contro la struttura di al-Alam durante un’esercitazione militare. Un attacco che segna un nuovo salto di qualità nella capacità offensiva di Ansarallah.
La linea prudente degli alleati occidentali dei sauditi
La risposta occidentale, almeno per ora, punta sulla deterrenza. Il Regno Unito ha confermato l’intenzione di ampliare il proprio sostegno militare all’Arabia Saudita attraverso missioni aeree difensive della Royal Air Force. I velivoli britannici pattuglieranno lo spazio aereo saudita per contrastare eventuali minacce provenienti dagli Houthi, ma Londra ha precisato che non prenderanno parte ad azioni offensive né colpiranno obiettivi sul territorio controllato dai ribelli. La distinzione appare sottile ma politicamente fondamentale. Da un lato il governo britannico intende rassicurare gli alleati del Golfo, dall’altro evita di essere trascinato apertamente in un conflitto che rischia di allargarsi ben oltre i confini yemeniti. È la fotografia di una strategia occidentale sempre più prudente.
Incidenti e attacchi in mare rendono la situazione instabile
A confermare l’estrema fragilità della situazione è quanto accaduto nelle acque del Golfo di Oman. Il Centro operativo marittimo britannico ha segnalato un incidente che ha coinvolto una petroliera e forze militari a oltre cento miglia nautiche dalla costa omanita. I dettagli restano confusi, ma il quadro generale è chiaro. L’intera regione vive ormai in uno stato di tensione permanente, dove ogni episodio rischia di trasformarsi in una crisi internazionale.
Ancora più allarmanti sono le notizie rilanciate dai Pasdaran iraniani di tre petroliere colpite da mine nello Stretto di Hormuz. I Guardiani della Rivoluzione hanno accompagnato la notizia con un avvertimento diretto agli Stati Uniti e al settore energetico internazionale, lasciando intendere che il prezzo dell’escalation potrebbe essere pagato dal traffico petrolifero mondiale. Nelle stesse ore hanno anche rivendicato l’abbattimento di un drone americano MQ-9 Reaper sullo Stretto grazie a un nuovo sistema di difesa aerea.
La diplomazia con il dito sul grilletto
Il Segretario di Stato americano Marco Rubio ha dichiarato ai media statunitensi che raggiungere un accordo di pace con la Repubblica islamica iraniana è estremamente difficile e che, secondo quanto riporta al-Jazeera, la pressione economica continuerà finché Teheran non smetterà di attaccare le navi mercantili nello Stretto di Hormuz. Il ministro degli Esteri iraniano Abbas Araghchi ha replicato a distanza che lo Stretto rimarrà chiuso finché Washington non accetterà le condizioni di Teheran, aggiungendo che i colloqui indiretti proseguono attraverso Pakistan e Qatar.
Hormuz è il cuore della partita. Dietro gli episodi militari emerge infatti una competizione geopolitica sempre più complessa. La visita a Teheran del capo dell’esercito pakistano, il feldmaresciallo Asim Munir, si inserisce nei tentativi di trovare uno sbocco diplomatico alla crisi. Islamabad ha cercato di presentarsi come ponte tra Washington e la Repubblica islamica, ma le aspettative sembrano ridursi rapidamente.
L’Iran confida nell’aiuto di Cina e Russia
Fonti iraniane citate dall’emittente libanese Al Mayadeen sostengono che Teheran consideri ormai poco efficace la mediazione di Pakistan e Qatar. Al loro posto starebbero emergendo nuovi canali diplomatici, con un ruolo crescente di Mosca e Pechino. Sul tavolo vi sarebbe addirittura una proposta russo-cinese per una gestione congiunta del traffico marittimo nello Stretto di Hormuz insieme all’Iran. Se confermato, sarebbe un segnale di portata enorme.
Le dichiarazioni del ministro degli Esteri russo Sergei Lavrov, che dalla capitale iraniana ha ribadito la disponibilità di Mosca a favorire soluzioni “reciprocamente accettabili”, si inseriscono in questo contesto. Mentre gli Stati Uniti restano il principale attore militare dell’area, Russia e Cina cercano di accreditarsi come garanti politici di un nuovo equilibrio regionale. Il risultato è un Medio Oriente che cambia pelle.
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