La sfilata del disagio: I maranza spaccano le vetrine, i VIP offrono lo champagne
Nell’autunno del 2026 la lotta di classe ha cambiato guardaroba e vocabolario, diventando maranza e infinitamente più fotogenica. Oggi svaligiare supermercati o spaccare vetrine in centro (ma ben vestiti, eh) non sono più considerati reati se si ascolta la bizzarra retorica dei salotti ‘bene’ e dei Vip di turno, siamo di fronte a una raffinata ‘rabbia sociale’ che merita profonda comprensione.
Mentre le forze dell’ordine rincorrono giovanissimi con il volto coperto, la borghesia progressista e le celebrità col cuore a sinistra hanno avviato una gara di equilibrismo mentale per nobilitare il teppismo. Attori militanti come Kasia Smutniak o influencer come Chiara Ferragni ed Elodie – pronte a fotografare le periferie dalle loro terrazze blindate – si sono improvvisamente riscoperte psicologhe di strada.
La frase ipocrita e ripetitiva è: ‘bisogna capire il loro disagio’. Secondo questa narrazione, chi saccheggia boutique sta lanciando un segnale contro il tardo capitalismo.
Peccato che l’unico obiettivo evidente sia accaparrarsi, gratis e con la violenza, scarpe firmate e smartphone di ultima generazione. In questo teatro dell’assurdo, a incendiare gli animi ci ha pensato Marracash. Il re del rap milanese ha mandato in visibilio la tifoseria progressista e incassato il cuoricino di Ilaria Salis. ‘Le diseguaglianze sono la mia battaglia -ha scritto- aspettavo questa reazione. Con le buone non cambi le cose’.
Una teorizzazione secondo cui il potere capisce solo la forza.
Ma King Marra non è rimasto solo, i rapper si sono messi in fila per difendere i teppisti: Ghali che dall’alto del suo status di testimonial Gucci, ha difeso chi ha devastato i negozi di lusso filosofeggiando sul fatto che ‘la libertà di pensiero e d’animo è l’unica libertà di cui possiamo disporre’.
Una tesi che eleva il saccheggio a nobile espressione intellettuale. Subito dopo arriva Artie 5ive che, agghindato con pesanti catene d’oro, preferisce la via del finto mea culpa collettivo. ‘Abbiamo insegnato ai ragazzi a distruggere. Mettiamoci una mano sulla coscienza’. Chiude il cerchio Sayf, che giustifica la guerriglia sottolineando che ‘La violenza delle manifestazioni non è paragonabile alla violenza con cui si permette di togliere dignità alle vite’.
Questo coro di giustificazioni alimenta un paradosso grottesco, in cui la devianza diventa un brand da esibire online. La periferia, un tempo laboratorio di rivendicazioni concrete per il diritto alla casa e al lavoro, viene ridotta a un set fotografico. Il dramma dei quartieri popolari viene così colonizzato dal voyeurismo dei ceti abbienti, pronti a consumare l’ennesima provocazione senza sporcarsi le mani.
Il teppismo metropolitano perde ogni carica e si trasforma in una recita a beneficio dell’algoritmo, dove i comportamenti violenti vengono glamourizzati per compiacere un pubblico annoiato. Non si cerca una redistribuzione della ricchezza, bensì l’approvazione social da parte di chi controlla i trend della moda.
Insomma, i salotti buoni applaudono lo spettacolo trasformando il teppismo in una sfilata di tendenza. È il nichilismo perfetto della Milano contemporanea: una recita in cui gli ultimi distruggono tutto solo per sentirsi integrati nel sistema, e i primi, dall’alto dei loro attici blindati, offrono una profonda e ipocrita comprensione.
Il disagio va capito, certo, ma lo show è bellissimo solo finché il fuoco resta confinato sotto i balconi degli altri.
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