I mercati credono a Nacho Trump e il petrolio crolla ma l'Italia tenta di darsi una legge per tornare all'atomo
Nucleare per l’estate. Hormuz o non Hormuz, bomba o non bomba, pace o non pace. Dovremmo arrivare, a Roma, al nucleare entro l’estate. Statene pur certi. Sarà una battaglia. Politica, ça va sans dire. Ma sarà durissima pure perché, da qui alle prossime settimane, entreremo ancora un po’ di più in campagna elettorale. L’anno prossimo si vota per il Parlamento. Una cosa alla volta, però. Andiamo per ordine.
Nucleare per l’estate e intanto in Iran qualcosa si muove
La vicenda mediorientale pare, sottolineando il verbo, mettersi un po’ meglio rispetto ai giorni scorsi. I mercati, gli stessi che hanno sfottuto Donald Trump per tutta la settimana cambiandogli il soprannome da Taco a Nacho (“Never a chance Hormuz opens”, non aprirà mai lo Stretto), ora gli danno fiducia. E i primi segnali delle aperture ai memorandum hanno già sortito effetti sui mercati energetici. Il petrolio è piombato, di nuovo, sotto i cento dollari. Pure il gas ha visto sgonfiarsi ancora un po’ le quotazioni. Se sarà la volta buona, lo dirà il tempo. Se non lo sarà ci ritroveremo nello scenario che ormai è consueto da un anno a questa parte. L’effetto yoyo dei mercati. La certezza, un po’ di tranquillità invece no. Non tornerà perché gli Usa hanno ripreso a martellare l’Ue sui dazi. Se la guerra con l’Iran dovesse chiudersi, statene pur certi, il vecchio Trumpone comincerà a bombardare di gabelle, dichiarazioni al vetriolo e proclami feroci la povera e tronfia Bruxelles.
Le preghiere degli eurocrati non cambiano i piani
Dove, a quanto pare, gli eurocrati si riuniscono con cadenza quotidiana per recitare i rosarioni giganti in sala mensa di fantozziana memoria. Se Hormuz riapre e la guerra terminasse, la raffinata strategia del temporeggiamento (meglio nota come “aspetta e spera) verrebbe coronata da un insperato successo e potrebbero, loro, addirittura salvare oltre ai soldi (che non hanno né vogliono spendere) persino la faccia. Se c’è una lezione da trarre, però, da quanto sta accadendo è che l’Europa deve iniziare a lavorare sul serio per sottrarsi alle dipendenze. Lo dicono in ogni salsa, in ogni minuto, a ogni occasione. Il problema è che la Ue ne ha più di una groupie hippie a Woodstock. Da dove si comincia? Dall’energia, la madre di tutti i problemi. Dal nucleare a cui l’Italia vorrebbe giungere entro l’estate.
Centocinquanta pagine di emendamenti al nucleare
Per Gilberto Pichetto Fratin è questione di mesi. E di giorni. Ieri ha incontrato il collega all’Industria Adolfo Urso per fare il punto sulle rinnovabili e sulle terre rare. Poi ha avuto una lunga telefonata con Giancarlo Giorgetti. Una chiamata lunga 150 pagine. Già, perché come ha riferito lo stesso titolare del Mase a un convegno sull’energia, ci sarebbero ben 150 pagine di emendamenti già pronti a latere della legge delega che dovrebbe dare il via al nuovo programma nucleare italiano. Ce ne sono addirittura 500. “Alcuni buoni – ha detto il ministro – alcuni cattivi, altri irrilevanti”. Ma, “credo settimana prossima” ha riferito Pichetto, si inizierà a sfogliarli in Commissione.
Già incombono i venti di campagna elettorale
“Ai miei colleghi parlamentari non chiediamo a tutti i costi di essere d’accordo ma che stiano nel merito. Siamo pronti a discutere il merito delle questioni in modo molto trasparente”. In pratica Pichetto, che ha già annusato l’aria di campagna elettorale, sta chiedendo all’opposizione (e pure a qualche esponente del centrodestra) di avere pietà e di non ingolfare un dibattito che già si presenta irto e spinoso. “Confido – ha detto Pichetto – nell’approvazione del disegno di legge delega entro la pausa estiva e si crea tutta l’opportunità e la condizione per redigere le norme delegate che devono definire e regolamentare tutte le partite”. Campagna elettorale permettendo.