L’espansione del crimine digitale: dai ransomware alle chat violate
I reati informatici sono una componente stabile della cronaca attuale. Nel 2024, in Italia, si sono registrati oltre 350 attacchi informatici gravi – pari al 10% del totale mondiale –. È un dato che colloca il nostro Paese fra i più colpiti in Europa, insieme alla Germania e alla Francia. Gli esperti stimano che sette attacchi su dieci abbiano come obiettivo furti di credenziali, truffe online o ransomware — virus che bloccano i sistemi chiedendo un riscatto per il ripristino -. Ogni volta che apriamo la posta elettronica, effettuiamo un pagamento o condividiamo una foto, ci muoviamo in un flusso invisibile di dati che attraversa server e piattaforme. È proprio in quello spazio che agisce la nuova criminalità: quella informatica. Bastano un clic, un algoritmo e la fiducia — spesso ingenuità — di chi naviga pensando di essere al sicuro nella rete. Secondo l’ultimo rapporto di Check Point Research (settembre 2025), il numero medio di attacchi settimanali per azienda è cresciuto del 46% in un solo anno. E non si tratta solo di grandi imprese: anche le piccole aziende, professionisti e cittadini comuni sono bersagli quotidiani.
I reati informatici nel nostro Paese
In Italia i reati informatici denunciati sono aumentati del 45% in cinque anni, una crescita quattro volte superiore ai reati tradizionali contro le imprese. Ma la dimensione reale del cyber-crime non si esaurisce nei dati o nei numeri. È entrata nella vita quotidiana, nei rapporti personali ed è perfino sfociata nei tribunali. Una recente sentenza della Corte di cassazione (n. 19421/2025) ha stabilito un principio destinato a fare giurisprudenza: rubare messaggi WhatsApp da un cellulare protetto integra il reato di accesso abusivo a sistema informatico, punito dall’articolo 615-ter del codice penale con la reclusione fino a dieci anni nei casi più gravi. Il caso riguardava un uomo che, impossessatosi del telefono della ex moglie — protetto da password — aveva estratto alcuni messaggi WhatsApp da utilizzare nel giudizio di separazione. La Corte ha confermato la condanna, ritenendo che quel gesto avesse violato il “domicilio informatico” della donna, cioè quello spazio digitale personale tutelato al pari del domicilio fisico. Secondo i giudici, l’applicazione WhatsApp rientra pienamente nella nozione di sistema informatico, poiché combina componenti hardware, software e reti telematiche. Come già specificato per le caselle e-mail, anche uno spazio di memoria protetto da password rappresenta un ambiente riservato: accedervi senza consenso costituisce un illecito penale. Spesso le chat private sono usate come prova nei procedimenti familiari, la Cassazione richiama così, alla necessità di rispettare i confini della privacy digitale. L’estrazione o la diffusione non autorizzata di messaggi personali non è solo una violazione etica, ma un reato vero e proprio.
Il furto dei dati
Il furto di dati e di comunicazioni private si conferma così come una delle forme più pervasive di criminalità informatica. Secondo l’Agenzia dell’Unione Europea per la Cybersicurezza (Enisa), il 61% degli attacchi del 2025 aveva come obiettivo l’acquisizione o la rivendita di informazioni sensibili. Dati anagrafici, indirizzi e-mail, numeri di telefono o conversazioni personali diventano merce preziosa nei mercati digitali illegali. La nostra vita online si basa su abitudini fragili nei sistemi di sicurezza: password riutilizzate, reti Wi-Fi pubbliche, app che chiedono più permessi del necessario. L’Europa sta rafforzando le regole con il nuovo regolamento NIS2 che mira a fornire cybersicurezza maggiore agli Stati membri. Il cyber-crime non è più un fenomeno tecnico, confinato agli esperti. È la nuova frontiera della cronaca nera: invisibile, quotidiana, e sempre più feroce.
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