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Ambiente

Il Gigante corallino della Grande Barriera: un “prato sottomarino”

La superficie incontrata è ampia, relativamente uniforme e continua, un tratto che gli osservatori definiscono senza precedenti per la zona

di Giorgio Brescia -

(Fonte: Instagram)


Una scoperta sorprendente emerge dalla Great Barrier Reef: identificato un “Gigante corallino”, una massa descritta come un autentico “prato sottomarino”.

La formazione non aveva precedentemente attirato l’attenzione degli esperti ma ora appare enorme e potenzialmente vitale per la biodiversità marina. La scoperta è stata realizzata da volontari del Great Reef Census, segnalando un nuovo spazio di grande importanza ecologica in un ecosistema già sotto pressione dal riscaldamento globale.

Questo enorme coral reef ridefinisce la percezione degli habitat marini e apre nuove domande sulla resilienza degli oceani alle crisi climatiche globali.

La scoperta dei “prati corallini”

A bordo di piccole imbarcazioni turistico‑scientifiche, gruppi di appassionati ed esperti hanno navigato porzioni della barriera corallina, parte del più grande sistema di reef al mondo. Durante le immersioni, i volontari hanno riferito di aver trovato estensioni di corallo così ampie da ricordare, nella forma e nella struttura, un “prato sottomarino”.

La caratteristica che colpisce è proprio l’estensione orizzontale della formazione, anziché le tipiche strutture verticali dei reef. La superficie incontrata è ampia, relativamente uniforme e continua, un tratto che gli osservatori definiscono senza precedenti per la zona.

Perché è rilevante

Il valore di questa formazione va oltre l’impatto visivo. I reef costituiscono habitat fondamentali per centinaia di specie marine, nutrendo intere catene trofiche e contribuendo alla stabilizzazione degli ecosistemi.

La Grande Barriera, già minacciata da fenomeni come la sbiancatura dei coralli dovuta allo stress termico, ha subito negli ultimi anni importanti perdite di biodiversità. La presenza di un esteso “prato di corallo” suggerisce che esistono formazioni non ancora studiate appieno che potrebbero giocare un ruolo chiave nella resilienza dell’intero sistema.

La scoperta evidenzia anche l’importanza del contributo dei citizen scientists — volontari non legati a istituzioni accademiche — nel campo della ricerca ambientale.

In un mondo in cui i finanziamenti scientifici sono controversi e le priorità istituzionali spesso divergono, queste iniziative dimostrano che la partecipazione civica può portare a scoperte rilevanti e potenzialmente decisive.

Una barriera sotto pressione

La Grande Barriera Corallina, patrimonio dell’Unesco, da anni sotto osservazione per l’effetto combinato dell’aumento della temperatura dell’acqua, dell’acidificazione degli oceani e dell’inquinamento costiero.

Situata al largo del Queensland, il più grande sistema corallino al mondo: la compongono oltre 2.900 singole barriere e 900 isole su 2.300 km.

Ogni nuova formazione come quella scoperta rappresenta per gli ecologi un potenziale laboratorio naturale. Capire come e perché questo “prato sottomarino” si sia sviluppato potrebbe fornire indizi utili per sostenere altri reef in difficoltà.

La scoperta arriva in un momento in cui la comunità scientifica internazionale discute strategie per la conservazione delle barriere coralline globali. Con l’aumento delle temperature medie oceaniche, molte barriere sono soggette a episodi di sbiancamento massivo. Un reef come quello appena individuato potrebbe contenere ceppi di corallo più resistenti o microhabitat in grado di mitigare gli stress ambientali.

Cosa significa per la ricerca futura

Il ritrovamento dà slancio a nuove campagne di mappatura e monitoraggio subacqueo. Gli esperti auspicano una collaborazione più stretta tra scienziati professionisti e volontari per esplorare meglio zone poco conosciute o ritenute insignificanti per la loro morfologia atipica. Le tecnologie di rilievo come droni subacquei, telecamere ad alta risoluzione e sensori ambientali potrebbero essere utilizzate per ottenere dati più precisi sulla composizione biologica e chimica del reef.

Inoltre, questa scoperta solleva interrogativi importanti sulla capacità degli ecosistemi marini a fronte del cambiamento climatico. Se tali formazioni coralline esistono e restano sotto osservazione, potrebbe esserci un potenziale inesplorato di resilienza naturale che va compreso e preservato attraverso politiche ambientali più mirate e risorse dedicate alla ricerca marina.


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