L’Italia ha sete: 3mila convenzioni per fare sul serio
Le crisi idriche sono ormai ricorrenti, da tempo manca una governance nazionale unica sulla questione
Macchie estese di alghe formate per la siccità nel fiume Po all'altezza dei Murazzi in pieno centro a Torino nello scorso mese di agosto
Sono oltre 3mila le convenzioni tra Comuni e Consorzi di bonifica firmate nell’ambito di un nuovo Protocollo Anbi- Anci per la gestione delle acque, ma l’Italia ha sete e resta un Paese con rete idrica inefficiente, invasi scarsi e dighe incompiute.
L’Italia ha sete
Il nostro territorio perde fino al 40% dell’acqua potabile in distribuzione, e la scarsità non riguarda solo il Sud. Manca un piano nazionale invasi coerente e anni di ritardi infrastrutturali pesano su popolazioni e agricoltura. La frammentazione delle competenze evidenzia che le convenzioni sono utili, ma il deficit principale è quello di una governance centrale.
La firma ha portato a formalizzare oltre 3mila convenzioni operative tra Comuni e Consorzi di bonifica per la gestione delle acque irrigue e la prevenzione di criticità idriche. Questo numero testimonia un impegno diffuso sul territorio, ma rappresenta anche la fotografia di un sistema in cui le soluzioni sono spesso frammentate e affidate a contesti locali, senza un piano nazionale unitario di gestione e conservazione delle risorse idriche.
Un paradosso
L’Italia, dal punto di vista della disponibilità di acqua dolce, vive un paradosso. Non è un deserto idrico, ma soffre di dispersioni strutturali e carenze infrastrutturali che erodono la risorsa in modo sistematico. Secondo i dati ufficiali, la rete idrica nazionale perde fino al 40% dell’acqua immessa in distribuzione, un valore ampiamente superiore alla media Ue, dove perdite del 25‑30% sono già considerate allarmanti.
Queste perdite si concentrano in buona parte delle reti urbane e rurali, con punte più elevate in regioni del Sud e nelle aree interne del Centro, ma anche in zone del Nord dove le infrastrutture hanno superato la loro vita utile.
La disponibilità idrica variabile nel tempo complica ulteriormente la situazione. Negli ultimi due decenni la gestione degli invasi — bacini artificiali per la raccolta e conservazione dell’acqua piovana — è rimasta nettamente al di sotto del potenziale necessario per un Paese della dimensione italiana.
Manca un piano invasi
A oggi, l’Italia ha circa 30 invasi principali con capacità complessiva ben inferiore rispetto a Paesi simili per popolazione e agricoltura. In alcune aree del Centro‑Nord, come la Pianura Padana, l’assenza di un sistema integrato di invasi impedisce la raccolta efficiente delle piogge in eccesso nei periodi umidi per utilizzarle durante la siccità. Mentre in aree del Sud e delle Isole la scarsità è accentuata da stagioni secche e da una maggiore variabilità climatica.
Questa scarsità di invasi e la gestione inefficiente delle reti idriche hanno un impatto diretto sulla vita quotidiana dei cittadini e sulle attività economiche. Anche in regioni con buona disponibilità di precipitazioni, la perdita di risorsa in rete significa che grandi quantità di acqua non raggiungono mai l’utente finale. E, senza un adeguamento degli invasi e dei serbatoi intermedi, combinato con una manutenzione rigorosa delle reti, la capacità di adattarsi a condizioni di siccità frequenti rimane limitata. Il risultato è che milioni di persone si trovano a convivere con razionamenti, limitazioni o interruzioni di fornitura nei periodi caldi o di bassa portata.
Le opere ferme, uno scandalo
E molte opere di accumulo e dighe non sono state completate. Progetti iniziati negli ultimi 30 anni sono spesso rimasti bloccati per carenze di fondi, iter autorizzativi lunghi o varianti tecniche. Secondo i dati disponibili nei rapporti di monitoraggio, oltre 2 miliardi di euro di investimenti pubblici pianificati per grandi opere idriche non sono stati spesi o sono stati rimodulati senza produrre risultati concreti.
In diverse regioni sono presenti invasi inutilizzati o parzialmente attivi che potrebbero alleviare la variabilità stagionale delle risorse, ma che non entrano pienamente in funzione a causa di opere complementari mancanti o di vincoli amministrativi.
Perché non c’è una governance nazionale?
La governance del sistema idrico italiano mostra quindi una duplice criticità. Da un lato esiste una rete capillare di accordi territoriali, come dimostrano le migliaia di convenzioni Anbi- Anci. Dall’altro manca una strategia nazionale coordinata che consenta di pianificare, finanziare e monitorare in modo coerente manutenzione, opere di invaso e modernizzazione delle reti.
In un Paese dove la domanda di acqua per uso civile, agricolo e industriale cresce, la mancanza di una visione di insieme compromette la capacità di affrontare stagioni climatiche avverse, con impatti sulla produttività agricola, sui costi energetici legati all’approvvigionamento idrico e sulla resilienza delle comunità locali.
Un passo operativo
Le convenzioni rappresentano, in ogni caso, un importante passo operativo. “Consorzi di bonifica e Comuni sono accomunati dall’ essere espressione elettiva dei territori – dice il dg di Anbi, Massimo Gargano -. La collaborazione fra soggetti territoriali è fondamentale per efficaci interventi di adattamento. E’ questo anche l’obiettivo del disegno di legge Anbi-Cnel, presentato in Parlamento per conferire a Regioni ed enti territoriali la facoltà di stipulare convenzioni con i Consorzi di bonifica per affidare loro attività di progettazione, direzione lavori e manutenzione, relative al più generale reticolo idrografico ed agli interventi di mitigazione del dissesto”.
L’obiettivo è affrontare la “sete del Paese”, per rispondere con più determinazione alle sfide climatiche e demografiche del futuro.
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