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Cultura & Spettacolo

Sal Da Vinci vince Sanremo: Dio e Amore battono l’agenda Woke

Il trionfo di Sal Da Vinci a Sanremo segna la fine del dogma woke. Un’insurrezione del sentimento popolare che rimette al centro Dio e la tradizione.

di Anna Tortora -


Il trionfo dell’Anima: Sal Da Vinci e la disfatta del dogma Woke

Di fronte alla messinscena stanca del progressismo a tutti i costi, il Festival di Sanremo ha ritrovato, quasi per paradosso, la sua bussola. La vittoria di Sal Da Vinci non è soltanto un successo discografico o il riconoscimento a una carriera cristallina; è un segnale politico e antropologico.
Mentre i soliti salotti buoni si aspettavano l’ennesimo tributo all’agenda woke, fatta di fluidità ostentata e provocazioni a buon mercato, il pubblico ha scelto il “ritorno all’ordine” della bellezza. Con una canzone che mette al centro il binomio eterno tra Dio e l’Amore, Da Vinci ha squarciato il velo di Maya del politicamente corretto.

Il sacro contro il profano

Non è stata una vittoria “rassicurante”, ma una vera e propria insurrezione del sentimento popolare contro il nichilismo moderno. In un’epoca che tenta di derubricare il sacro a superstizione e l’amore a contratto a termine, Sal Da Vinci ha riportato sul palco l’assoluto. È la risposta di chi non si accontenta di una spiritualità liquida o di sentimenti ridotti a post sui social; è la rivendicazione di una trascendenza che non chiede scusa di esistere. In un mondo che corre verso il vuoto pneumatico dei valori, il richiamo al divino e alla stabilità del cuore agisce come un anticorpo necessario. Parlare di Dio oggi è l’atto più rivoluzionario possibile, e la melodia italiana, quella vera, ha dimostrato di avere radici molto più profonde di qualsiasi moda passeggera.

La fine di un’egemonia?

La cultura woke, con i suoi dogmi asfissianti e la sua ansia di decostruzione, è stata spazzata via da un’ondata di autenticità. Gli italiani hanno dimostrato di essere stanchi di lezioni di morale impartite da chi ha smarrito il senso del sacro. Questa vittoria ci dice che c’è ancora un’Italia che non si vergogna di guardare verso l’alto e di riconoscersi in valori che profumano di eterno.
Il Festival di quest’anno non ha eletto solo una canzone: ha sancito il fallimento di un’egemonia culturale che pensava di aver già vinto, e che invece si è risvegliata sconfitta dalla forza di una preghiera in musica.

L’ultima nota (per chi ha perso il telecomando)

Mentre nei salotti dell’armocromia si consumano scorte industriali di Maalox e i critici col dolcevita d’ordinanza cercano di spiegarci che il televoto è “analfabetismo funzionale”, noi ci godiamo il silenzio dei talk show rimasti senza copione. Perché alla fine, per mandare in soffitta anni di prediche progressiste e coreografie esistenziali, non è servito un sociologo di grido: è bastato un uomo che canta la verità senza dover chiedere il permesso al politicamente corretto. Fatevene una ragione: tra una performance concettuale sulla fine del patriarcato e il Padreterno, gli italiani sanno ancora quale tasto schiacciare. E no, non era quello dell’unfollow.

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