L'identità: Storie, volti e voci al femminile Poltrone Rosse



Torino

Da Weber a Schmidt: un secolo di Romanticismo nella lettura di Fabio Luisi

di Redazione -


Negli ultimi mesi, a Torino sembra essersi consolidata una piccola consuetudine concertistica: aprire i programmi sinfonici con un’ouverture di Carl Maria von Weber. Dopo quella da Der Freischütz diretta da Riccardo Minasi e quella da Oberon proposta da Manfred Honeck ed Emmanuel Tjeknavorian, anche Fabio Luisi — direttore emerito dell’Orchestra Sinfonica Nazionale della Rai — sceglie di inaugurare il quindicesimo appuntamento della stagione con l’ouverture da Euryanthe. Una scelta che conferma quanto il teatro musicale di Weber continui a rappresentare una porta privilegiata per accedere all’immaginario del primo Romanticismo.

Rappresentata per la prima volta il 25 ottobre 1823 al Kärntnertortheater di Vienna, Euryanthe segna una svolta nell’evoluzione dell’opera tedesca. Weber supera infatti i confini del tradizionale Singspiel — il genere che aveva prodotto capolavori come Die Zauberflöte di Mozart, Fidelio di Beethoven e lo stesso Der Freischütz — per concepire un dramma completamente musicato, nel quale orchestra e voci partecipano a un racconto continuo di carattere epico e cavalleresco.

In questo contesto l’ouverture non è una semplice introduzione, ma una sintesi dell’intero dramma. Le prime battute evocano un’atmosfera luminosa e nobile, quasi un ideale musicale di purezza associato alla protagonista. A questa dimensione lirica si contrappongono presto tensioni più oscure, fremiti inquieti che sembrano anticipare gli intrighi e i tradimenti della vicenda. Weber costruisce così un tessuto sonoro ricco di contrasti, dove i temi si trasformano come personaggi già in azione. L’ouverture diventa dunque una vera dichiarazione poetica, anticipando un’idea di teatro musicale destinata a influenzare profondamente l’estetica romantica tedesca.

Fabio Luisi ne offre una lettura attenta alla fantasia timbrica della partitura: i legni cantano con dolcezza, gli ottoni proiettano slanci eroici, mentre gli archi restituiscono le improvvise increspature emotive della scrittura weberiana. Ne emerge con chiarezza l’architettura raffinata di una pagina che alterna solennità e agitazione, mantenendo un forte senso di unità drammatica.

Il programma prosegue con uno dei vertici del repertorio romantico per violino: il Concerto in mi minore op. 64 di Felix Mendelssohn-Bartholdy, composto tra il 1838 e il 1844 e dedicato al violinista Ferdinand David. L’opera conserva l’equilibrio formale della tradizione classica ma introduce innovazioni decisive nel genere del concerto solistico.

La più evidente appare fin dall’inizio: il violino entra quasi subito, esponendo con slancio il tema principale senza attendere la consueta introduzione orchestrale. Mendelssohn proietta così l’ascoltatore direttamente nel cuore del discorso musicale. L’orchestra non si limita ad accompagnare, ma dialoga costantemente con il solista in uno scambio tematico continuo. Anche la cadenza — scritta dallo stesso compositore — assume una funzione nuova: collocata prima della ripresa orchestrale, diventa parte integrante dello sviluppo e non semplice momento virtuosistico.

L’Andante centrale apre uno spazio di cantabilità intima, quasi belcantistica, mentre il finale luminoso conduce dalla tensione iniziale del mi minore alla chiarezza del Mi maggiore, come naturale approdo del percorso musicale.

Solista della serata è la violinista sudcoreana Bomsori Kim, oggi tra le interpreti più apprezzate della sua generazione. La sua lettura privilegia la dimensione cantabile del concerto: il suono è terso, l’arco preciso e leggero, sostenuto da una tecnica brillante ma sempre al servizio della linea melodica. Anche nei passaggi più virtuosistici emerge un’eleganza naturale che il pubblico torinese accoglie con entusiasmo, salutandola con lunghi applausi e un bis brillante: Schön Rosmarin di Fritz Kreisler.

Dopo l’intervallo, il programma compie un ampio salto temporale con la Sinfonia n. 4 di Franz Schmidt, composta nel 1933 e dedicata alla memoria della figlia Emma, morta prematuramente. Quest’opera, tra le più intense del tardo Romanticismo europeo, si presenta come un unico grande arco sinfonico articolato in sezioni senza soluzione di continuità.

L’inizio è affidato a un lungo assolo di tromba, un richiamo lontano che imprime immediatamente alla musica un carattere elegiaco. Da questo nucleo prende forma un percorso sonoro in cui episodi drammatici e momenti lirici si alternano in una lenta elaborazione del dolore. Fabio Luisi ne esalta la ricchezza orchestrale e il respiro monumentale, mettendo in evidenza al tempo stesso la dimensione più raccolta e introspettiva della partitura.

La sinfonia si conclude senza trionfo, ma in una pacificazione malinconica. La musica sembra dissolversi in una quieta accettazione, come se il ricordo trasformasse il dolore in memoria. Nella visione di Luisi, la Quarta sinfonia di Schmidt si rivela così un autentico requiem sinfonico: una pagina in cui monumentalità formale e confessione intima trovano una rara e intensa fusione.

Renato Verga ilTorinese.it


Torna alle notizie in home