L'informativa del titolare del Mimit al Senato: strali alla magistratura e ad Arcelor Mittal
Ex Ilva, torna pure l’ipotesi Jindal. Sarà una sfida tra inglesi e indiani ma il ministro all’Industria Adolfo Urso è sicuro: “L’obiettivo è lasciare l’ex Ilva in mani sicure entro aprile”. Il tempo scorre e la (grande) novità di queste ore starebbe nell’interesse di Jindal. Il gigante siderurgico con base a New Delhi, che vanta un fatturato da oltre dodici miliardi di dollari nel 2023. “La discesa in campo di Jindal apre una nuova fase nel negoziato”, ha dichiarato il titolare del Mimit durante l’informativa tenuta al Senato ieri mattina sull’ex Ilva. E, difatti, l’ufficialità della proposta giunta dagli indiani riapre le trattative. Dando una scossa (anche) al negoziato in corso con i britannici di Flacks. Su cui si erano addensati un bel po’ di dubbi nel corso degli ultimi mesi.
Ex Ilva, l’ipotesi Jindal
La differenza tra le proposte starebbe nel fatto, opportunamente sottolineato dal ministro Urso, che gli indiani di Jindal avrebbero già presentato un piano industriale “ambizioso”. Che sarebbe già stato presentato ai commissari dell’ex Ilva. “Il gruppo indiano Jindal ha presentato anch’esso, ieri sera, una manifestazione di interesse per l’intero plesso siderurgico, con un piano industriale ambizioso e garantendo il processo di piena decarbonizzazione”, ha dichiarato il capo del Mimit. Che ha aggiunto: “Spetterà ora ai commissari approfondire anche questa offerta e porla in comparazione con quella di Flacks, perché la nostra procedura di gara è davvero competitiva”. Il governo, però, non è disponibile ad accettare, evidentemente, qualunque cosa purché sia. “Come sanno anche gli offerenti – ha continuato Urso – eserciteremo anche il diritto di golden power per garantire al meglio ogni aspetto del processo industriale e della decarbonizzazione. La scesa in campo di Jindal apre una nuova fase del negoziato che speriamo possa portare il timone di Ilva in mano sicure entro la fine del mese di aprile”.
Il dente avvelenato con le toghe: “Azioni proditorie”
Siamo, dunque, alle battute finali. Almeno è questa la speranza del ministro. Anche perché il progetto del polo siderurgico nazionale non è passato di moda. E, anzi, rinfocola pure la polemica tra politica e magistratura. La sentenza del tribunale di Milano, secondo Urso, rappresenta “una mina sul percorso di salvataggio, anche perché rende più difficile l’erogazione del prestito ponte”. Quelle milanesi, per il titolare del Mimit, sono state “decisioni quanto meno discutibili la cui tempistica fa pensare a un’azione proditoria”. Con la magistratura, Urso c’ha il dente avvelenato perché il sequestro probatorio che ha bloccato l’altoforno 1 a Taranto “comporterebbe già di per sé un lucro cessante di importo significativo”. Ma “poiché la procura ha inteso dar corso al sequestro senza autorizzare le corrette procedure di spegnimento e svuotamento, l’impatto economico sugli impianti è stato ben più grave”. Le stime citate da Urso parlano di “oltre 2,5 miliardi di euro, danno che aumenta ogni giorno di 4 milioni di euro, con conseguenze nefaste sull’ equilibrio economico e finanziario ma anche sulla trattativa per la cessione dell’impianto a Baku Steel, che ritirò la propria offerta”.
Le accuse ad Arcelor Mittal
La polemica, anche con le toghe, è servita. Strali pure per Arcelor Mittal: “Lo scenario che si presentò due anni fa – ha ricordato Adolfo Urso – fu di due altoforni chiusi e un terzo con meno di una settimana di autonomia di rifornimenti. L’ Ilva sull’orlo della chiusura e del disastro”. A causa, ha detto il ministro, del “combinato disposto dalla mala gestio degli impianti e dell’alienazione delle quote Ets che dobbiamo scontare è stimato, nella domanda di risarcimento presentata dai commissari, in circa 7 miliardi di euro”.
La proposta di Flacks, la chiusura ad aprile
La palla, adesso, è nel campo di Flacks. Ma i tempi, per il governo, devono essere serrati e decisivi. L’obiettivo è quello di arrivare già ad aprile con una proprietà designata, che consenta al governo di “lasciare in buone mani”, l’ex Ilva. Il piano proposto da Jindal, che ammonterebbe a circa due miliardi, potrebbe rappresentare un’opportunità, almeno per il Mimit. Ma intanto l’azienda ha bisogno di ossigeno per andare avanti fino a che il quadro non sarà chiaro: “Si sta completando il piano corto, un piano di rilancio e non di chiusura, come i fatti confermano”, ha rassicurato Urso. Ma le polemiche, su questo così come su tutti gli altri punti focali del dossier, sono appena iniziate.