L'identità: Storie, volti e voci al femminile Poltrone Rosse



Economia

Trump brinda agli aumenti del petrolio: “Facciamo tanti soldi”

L'ammissione del tycoon, la lunga strategia di reshoring Usa è al culmine. E torna il caso dazi

di Giovanni Vasso -

epa06093577 US President Donald J. Trump wears a Stetson cowboy hat while participating in a Made in America event with companies from 50 states featuring their products in the East Room of the White House in Washington, DC, USA, 17 July 2017. US President Donald J. Trump participated at the White House in a showcase of products 'Made in America', which featured 50 products from the 50 states of the nation. Trump signed a presidential proclamation in the East Room making 17 July 'Made in America' Day and this week, 'Made in America' week. EPA/Andrew Harrer / POOL


Giù la maschera, ammesso, e non concesso, che qualcuno ancora credesse alle favole: Donald Trump, col suo stile, ha affermato che “gli Stati Uniti sono il più grande produttore di petrolio al mondo”, pertanto “quando il prezzo del petrolio sale, noi facciamo un sacco di soldi”. Altro che alleati, amici e fronti comuni. Il mondo come una mucca da mungere. E per soprammercato, il suo rappresentante per il Commercio Jamieson Greer ha affermato che gli Stati Uniti avvieranno presto un’indagine “sulle capacità strutturali eccessive e la produzione nel settore manufatturiero” sulla scorta della Sezione 301 del Trade Act del 1974 per studiare dazi permanenti contro Cina, Unione Europea, Giappone, Messico, Corea del Sud, India, Taiwan, Malaysia, Vietnam, Thailandia, Singapore, Svizzera, Norvegia, Indonesia, Bangladesh e Cambogia.

Non solo petrolio, Trump e la rivincita sui dazi

Da Bruxelles si sono affrettati a fare spallucce: “La sovraccapacità non è un problema che ci riguarda”. Figurarsi adesso che stiamo pure senza energia. Olof Gill a nome della Commissione ha ribadito che l’Ue “continua a operare sulla base degli impegni contenuti nella dichiarazione congiunta Ue-Usa, incluso il tettoai dazi”. E pertanto “ci aspettiamo che gli Stati Uniti facciano altrettanto”. Altrimenti Bruxelles “risponderebbe con fermezza e proporzionalità a qualsiasi violazione degli impegni della dichiarazione congiunta”. Una pia illusione, considerando che la postura europea non è mai andata oltre le chiacchiere. Dalla Cina, invece, è arrivata ben altra analisi. Tra un po’ Trump sarà a Pechino e, secondo la lettura che si fa nella Terra del Dragone, sta cercando solo un appiglio per presentarsi con qualcosa da “vendere” a Xi Jinping.

Il barile torna a vedere quota 100 dollari

A Pechino, per il momento, sono tranquilli e si fa una gran propaganda sul fatto che in Asia il prezzo della benzina non sia aumentato di una virgola. Cosa che, invece, non si può dire né dell’America (che sta scacciando l’incubo Epstein con il fantasma dell’inflazione) né dell’Europa. Ieri il petrolio, proprio come piace a Trump, è schizzato (di nuovo) sui cento dollari al barile. Il brent s’è attestato, poi, a 98 dollari mentre il Wti è salito fino a 97. Il gas ha chiuso al Ttf di Amsterdam poco sotto i 51 euro al Megawattora. Le Borse Europee sono in perdita, Milano cede lo 0,71%. Si salva solo Francoforte che ritrova la parità (+0.06%) grazie ai conti di Zalando. Quello che per Trump è un’opportunità, per il resto del mondo è un problema gravissimo. Il Brasile ha deciso di azzerare le accise sui carburanti, intanto i Paesi hanno notificato quante riserve petrolifere “sganceranno” nel tentativo di tamponare i guai del Medio Oriente.

Riserve: dall’Italia ecco 10 milioni di barili

L’Italia sarà della partita, il Mase ha approvato l’immissione sul mercato di poco meno di 10 milioni di barili. Lo stesso identico quantitativo, suppergiù, della perdita di produzione giornaliera stimata dall’Aie nell’area del Golfo Persico a causa del blocco allo Stretto di Hormuz. Ecco, dunque, perché l’annuncio dei 400 milioni di barili da prendere dalle riserve non ha convinto granché il mercato. È pura matematica: si tratta della produzione quotidiana (perduta) di quaranta giorni. Rapporto che si fa ancora meno esaltante se si pensa che ogni giorno, dallo Stretto di Hormuz, passavano 20 milioni di barili. Lo “sgancio record” basterà per una ventina di giorni. E poi? Trump ci venderà il suo petrolio a prezzi da favola (per lui) considerando che le major americane stanno già firmando accordi super vantaggiosi con quel che resta del regime di Maduro, in Venezuela. Il piano è preciso. Reshoring totale. O, se preferite, la guerra la paghiamo noi, i dazi li impone a noi, i soldi li fa lui. E, a differenza di Biden che ha perseguito la stessa identica politica economica, Trump ce lo sbatte pure sul grugno.


Torna alle notizie in home