C’è grossa crisi: il credito privato vacilla negli Usa
I grandi fondi sommersi da richieste di riscatto, una bomba (vera) che rischia di fare a pezzi l'economia globale
C’è grossa crisi, quella del credito privato in America. Solo che si fa prima a non parlarne. I mercati, si sa, hanno le loro scaramanzie, la loro ritualità. Di quello di cui non si può parlare, si deve tacere diceva tanti anni fa il filosofo Ludwig Wittgenstein. Lui, però, non si riferiva a quelli scricchiolii di Borsa che hanno la valenza, a chi sa intendere i segni, di una sirena d’allarme. Fatto sta che in America c’è, appunto, grossa crisi. È riguarda il credito, investe in prima battuta i grandi fondi d’investimento. È un problema, serissimo. Qualche scossone, dall’altra parte dell’Oceano, è già arrivato in Europa. Ma una cosa alla volta. E ripartiamo da Jamie Dimon, ceo di JpMorgan Chase, che dopo averci detto di “vedere gente che fa cose stupide” ha dato seguito alle sue parole e concretezza ai suoi timori di una nuova crisi simil-subprime 2008. La sua società ha deciso di tagliare i finanziamenti al comparto del private credit e ha svalutato i prestiti in essere. È, questo, il più classico dei terzi indizi. Quello che fa una prova. La prova che qualcosa sta succedendo e che i mercati americani, e presto globali, potrebbero essere scossi da una nuova crisi di dimensioni drammatiche.
La crisi del credito privato in tappe
Era iniziato tutto con Blue Owl. Owl, in inglese, sta per Gufo. Ecco, un altro segnale. Il fondo, che gestisce un portafoglio da 300 miliardi di dollari, stava trattando una fusione, a novembre dell’anno scorso, quando è stata letteralmente sommersa di richieste di riscatto. Che, sostanzialmente, hanno fatto fallire l’affare costringendo Blue Owl a negare parte delle domande. Primo strike. Certe cose, specialmente se si opera avendo a che fare con gli investitori istituzionali, non si devono mai fare. Non è questione di etichetta ma di solidità e sostanza. L’ultima volta che qualcuno ha negato i riscatti, prima ancora che lo facesse il credito privato, è partita l’ultima (grande) corsa allo sportello che ha innescato poi la crisi passata alla storia come quella dei mutui subprime. Tutto questo è successo a novembre. Passa qualche mese e a febbraio scorso annuncia la cessione di asset per 1,4 miliardi.
A quanto ammontano (davvero) le perdite?
Tutto per rispondere, appunto, alle pressanti richieste di liquidità da parte degli investitori bloccando contestualmente i riscatti per il fondo dedicato ai clienti più ricchi. Secondo strike: mai mostrare tanta debolezza, i mercati s’incupiscono. E così arriviamo ai giorni scorsi quando Glendon Management, riportato dal Financial Times, punta il dito contro Blue Owl e gli altri fondi del private credit: stanno nascondendo le perdite, quelle reali sarebbero molto più alte. Terzo strike? Chissà, fatto sta che è partita la speculazione finanziaria al ribasso e il Gufo Blu ora è costretto a volare bassissimo per evitare di finir spennato.
Il caso Blackstone
Il problema è che la vicenda va ben oltre il singolo episodio del singolo fondo. In mezzo c’è pure un colosso come Blackstone. Stiamo parlando non di un fondo, ma del Fondo di investimento per eccellenza. Le richieste di riscatto per il suo fondo Bcred, che si occupa appunto di private credit, hanno superato il tetto ordinario del 5%. Si sono attestate al 7,9% comprendendo beni per ben 82 miliardi di dollari. Una cifra che è pari a quasi un terzo del Pnrr italiano. La barca della liquidità ha subito sbandamenti a cui il fondo ha reagito, grazie pure all’impegno dei suoi dipendenti, iniettando 400 milioni di dollari dal capitale al fondo. Ma le Borse, che la sanno lunga, c’hanno visto la magagna. E subito è partita la ridda di svendite azionarie che hanno fatto toccare al titolo Blackstone i minimi azionari da un biennio a questa parte, centrando una perdita dell’otto per cento in poche ore.
Gli “scarafaggi” e i timori Ai
Ma che sta succedendo, di fondo, a un comparto che vale da solo 2mila miliardi di dollari per tremare così? La chiave sta nella natura stessa del successo di questo genere di fondi. Dopo il crac di Lehmann Brothers, gli istituti di credito americani sono diventati più esigenti in fatto di concessione del credito. E qui intervenivano i fondi, capaci di fornire ingenti capitali in tempi ragionevolmente brevi e senza troppe complicazioni. Un modello vincente e, soprattutto, poco o niente regolamentato. Fino a che non s’è iniziato a prestare soldi a chiunque. Dalle aziende di auto in leasing che vendevano macchine ai migranti messicani (Tricorn) fino all’intelligenza artificiale. I primi per manifesta insolvibilità, i secondi per cifre che sono diventate così impegnative – a fronte di una scommessa che per quanto epocale come è l’Ai rimane appunto tale – da far venire qualche dubbio di sostenibilità. Se il bubbone dovesse scoppiare e se, invece di casi limite si tratterà veramente di “scarafaggi”, quelli che per Dimon indicano l’inizio di problemi seri, sarà un vero guaio per Donald Trump. Peggiore degli Epstein Files, alla pari dell’inflazione che continua a salire e di una guerra con l’Iran che rischia di impantanare gli Stati Uniti in Medio Oriente e l’immagine del presidente Maga a quella di un Jimmy Carter qualsiasi.
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