L'identità: Storie, volti e voci al femminile Poltrone Rosse



Cronaca

Il caporalato va di (alta) moda

L'ultima inchiesta a Milano, nel mirino Aspesi e Dama, gestita dal cognato di Fontana. La Cgil la butta in politica: "No al referendum"

di Cristiana Flaminio -


Il caporalato va (fin troppo) di moda. E adesso, come sempre accade in questo Paese, il caso si fa politico. Finisce sotto inchiesta, insieme all’Alberto Aspesi & C. Spa, anche la società Dama, di cui è amministratore delegato Andrea Dini, cognato del presidente della Regione Lombardia, Attilio Fontana. Che, fin da subito e dicendosi pienamente fiducioso nel fatto che il congiunto riuscirà a dimostrare la sua piena innocenza, tuona la sua completa estraneità deplorando quella che ha già bollato come un accostamento “strumentale”.

L’ultima inchiesta su moda e caporalato

La vicenda scoperchiata dai magistrati della Procura di Milano rischia di svelarsi come “sistemica”. E di rivelarsi una malattia endemica di uno dei più importanti settori economici che compongono e danno lustro al brand del Made in Italy. Dama, difatti, è un’azienda di moda proprietaria di diversi marchi prestigiosi. Tra cui c’è Paul & Shark. Stando alle accuse messe nero su bianco dai pm Paolo Storari e Daniela Bertolucci, “si è disvelata una prassi illecita così radicata e collaudata, da poter essere considerata inserita in una più ampia politica d’impresa diretta all’aumento del business”. Che vuol dire? Semplice. Leggendo le carte, secondo i pm, è venuto fuori il quadro di un “fenomeno dove due mondi solo apparentemente distanti” ossia “quello del lusso da una parte e quello di laboratori cinesi dall’altra, entrano in connessione per un unico obiettivo: abbattimento dei costi e massimizzazione dei profitti attraverso elusione di norme penali giuslavoristiche”.

Guadagni giganteschi, spese ridotte al minimo

Uno schema che i magistrati hanno già rilevato nell’ambito di ben sei inchieste precedenti. E che hanno interessato già altri grandi marchi della moda. Non solo italiana, ma internazionale. Prima di Dama e Aspesi, sotto la lente d’ingrandimento degli inquirenti, c’erano già finiti marchi come Armani, Dior, Louis Vuitton, Alviero Martini e la Tod’s della famiglia Della Valle. Da quanto è emerso da quest’indagine, il “giochino” riusciva a garantire margini di guadagno stimati dai magistrati nel 95%. Sfruttando il lavoro di 46 operai cinesi e irregolari sul territorio nazionale, stipati in veri e propri stanzini di Garbagnate Milanese. Senza luce né areazione ma sottoposti a una rigidissima sorveglianza. Costretti a lavorare sette giorni su 7, con orari dalle otto del mattino fino alle 22. A fronte di paghe ritenute irricevibili. Così, però, si riuscivano a piazzare sul mercato capi d’abbigliamento, con guadagni stellari.  Dal cap coat “che alla produzione costa euro 107, viene venduto a un prezzo di 1.945 euro” fino al “giubbotto typhoon che alla produzione costa euro 74, viene venduto a un prezzo di euro 569”.

La zona grigia del fashion

Sotto indagine, con Dini e Francesco Umile Chiappetta (presidente di Aspesi), ci sono, in concorso, pure tre cittadini cinesi di 52, 55 e 43 anni, titolari degli opifici a cui Dama e Aspesi avevano ceduto gli appalti di produzione. A carico delle due società è stato disposto il controllo giudiziario. Il tema è serio. La moda italiana (e non solo) rischia la faccia. Nonostante la firma dei protocolli anti- caporalato i controlli e le indagini sembrano continuare a dimostrare la presenza di un lato grigio, una zona d’ombra, che rischia di produrre più di un serio danno d’immagine per la moda.

La posizione di Fontana

L’indagine, però, diventa (ancora) più importante a causa dei risvolti politici della vicenda. Andrea Dini è il cognato del governatore della Lombardia, Attilio Fontana. Sua moglie, che non compare nelle carte dell’indagine, possiede il 10 per cento delle quote sociali di Dama. Lui, Fontana, ha replicato fin da subito con un certo fastidio: “Mio cognato – ha affermato l’inquilino del Pirellone – sicuramente dimostrerà la propria innocenza. Mi chiedo la strumentalità della domanda e dell’abbinamento del mio nome con quello del dottor Dini, che è titolare dell’azienda nella quale io non ho alcuna parte”. Ma non basta, perché la Cgil ha deciso di prendere parte al dibattito.

La strumentalizzazione della Cgil

E il sindacato caro a Maurizio Landini riesce nell’impresa di ricondurre l’indagine sulla moda alla battaglia referendaria per la riforma della giustizia: “È fondamentale tutelare un’indipendenza che consente ai magistrati di perseguire reati come sfruttamento e lavoro nero, anche contro grandi multinazionali o potentati economico-politici, radicati in settori come l’agricoltura o l’edilizia e non solo”. Che c’azzecca con la riforma, si sarebbe tentati di dire citando quell’ex magistrato che, oggi, è dall’altra parte della barricata refendaria: “Insomma – ha concluso il dirigente nazionale Genovesi – votare no al prossimo referendum è interesse prima di tutto di lavoratori e lavoratrici per evitare che un domani, magistrati più deboli e influenzabili dal potere politico, possano essere orientati a non perseguire più reati contro grandi detentori di risorse o grandi imprenditori che magari finanziano a livello nazionale o locale questo o quel partito”. Il caporalato va di moda, la strumentalizzazione – se possibile – anche di più.


Torna alle notizie in home