Hormuz spegne le cucine di New Delhi
La guerra in Medio Oriente taglia le forniture di gas liquefatto all’India. Ristoranti a mezzo regime, prezzi fuori controllo e un Paese costretto a riscoprire combustibili del passato.
La geopolitica entra in cucina
In India, l’escalation militare nel Golfo Persico – con il blocco ad intermittenza dello Stretto di Hormuz seguito al conflitto tra Stati Uniti, Israele ed Iran – si sta traducendo in una crisi energetica dai risvolti quotidiani e gravissimi. Le bombole di Gpl scarseggiano, i prezzi lievitano e interi comparti economici si trovano costretti a reinventarsi nel giro di pochissimi giorni. Quello che sembrava un conflitto geograficamente lontano ha trovato il modo di scardinare ogni certezza, ogni chiosco, ogni famiglia che accende anche un fornello.
Lo Stretto di Hormuz
L’India è il secondo importatore mondiale di gas di petrolio liquefatto. Ogni anno consuma oltre 33 milioni di tonnellate metriche di questo combustibile, e tra il 60 e l’80 per cento delle importazioni transita attraverso lo Stretto di Hormuz, oggi teatro di tensioni militari e restrizioni alla navigazione commerciale. Il blocco di quella rotta ha ridotto drasticamente le forniture disponibili sul mercato interno, con stime che parlano di un calo vicino al 90 per cento rispetto ai livelli abituali. Uno choc di offerta di rara intensità per un’economia che negli ultimi anni aveva puntato con forza sull’accesso al gas come leva efficiente di modernizzazione energetica.
Il primo fronte della crisi
La ristorazione è il settore che ha accusato per primo e più visibilmente il colpo, come accade sempre. Da Mumbai a Bengaluru, da Delhi al Karnataka, i gestori di ristoranti, trattorie e piccoli esercizi di street food si sono trovati dall’oggi al domani senza forniture garantite. Le bombole vengono consegnate su base giornaliera e quasi nessun esercizio dispone di scorte superiori a uno o due giorni. Quando il flusso si interrompe, non ci sono riserve a cui attingere e le cucine di conseguenza si fermano.
Menù ridotti, piatti a lunga cottura eliminati dalle proposte, turni di servizio accorciati. Nei casi più critici, la sospensione completa del servizio. In Karnataka circa il 30 per cento delle attività ha già interrotto l’operatività, proprio alla vigilia della stagione dei matrimoni, uno dei momenti di maggior lavoro per l’intera filiera dell’ospitalità.
I prezzi fuori scala e mercato parallelo
Sul mercato nero una bombola venduta ufficialmente a circa mille rupie ha raggiunto quotazioni di 6.500 rupie – con un rincaro superiore al 500 per cento. Per gli esercizi commerciali, che lavorano già su margini ridotti, sostenere questi costi significa operare in perdita o scaricare i rincari sui clienti finali. Il governo ha risposto attivando “l’Essential Commodities Act” per frenare speculazione e accaparramento, istituendo un comitato interministeriale dedicato e sollecitando le raffinerie ad aumentare la produzione interna di Gpl. Misure rapide, ma insufficienti a colmare da sole un deficit di tale portata.
Un passo indietro nel tempo
Per sopravvivere, il settore sta rispolverando metodi abbandonati da decenni. A Bengaluru, la Silicon Valley indiana, diversi ristoratori hanno ordinato forniture di legna da ardere; le piastre a induzione sono esaurite ovunque; alcune attività sono tornate al kerosene. Soluzioni di emergenza, costose e ambientalmente problematiche in un Paese che già registra alcuni tra i peggiori indici mondiali di qualità dell’aria nelle proprie grandi città.
La dura lezione geopolitica
La dipendenza energetica da una singola rotta commerciale si è rivelata una vulnerabilità sistemica di prima grandezza. New Delhi sta cercando di accelerare la diversificazione verso fornitori alternativi come Stati Uniti, Norvegia e Canada, ma i tempi tecnici per riorganizzare catene di approvvigionamento non sono compatibili con l’urgenza della crisi. Nel frattempo, il costo di questo riassestamento geopolitico lo pagano, bombola dopo bombola, i ristoratori di Mumbai e i venditori di strada di Delhi.
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