I partiti del vento e la toga in curva
I partiti non guidano più, galleggiano. Hanno perso idee, disciplina morale, senso del limite. Al posto della visione hanno issato vele e si lasciano portare dal vento del consenso, alimentando il trasformismo. Su giustizia, sicurezza, diritti ed economia cambiano lingua e coscienza con una docilità che rivela quanto poco reggano il peso delle proprie parole. Il Parlamento, invece di correggere la deriva, spesso si limita a registrarla. Così emerge la povertà di gruppi dirigenti privi di pedagogia civile e della forza di dire no quando serve. In questo vuoto è cresciuto il qualunquismo, non ai margini ma dentro le istituzioni. Ha corroso i partiti, abbassato il lessico pubblico, reso presentabile l’incoerenza.
Anche la magistratura ha dato talvolta l’impressione di concedersi ciò che non dovrebbe mai concedersi, il riflesso del tifo. Non c’entra la canzone, non c’entra “Bella ciao” che appartiene alla storia democratica del Paese. C’entrano il luogo, il ruolo, la sacralità laica della funzione. Quando le toghe festeggiano pubblicamente l’esito di una battaglia politica che le riguarda, il punto non è musicale ma la credibilità della giurisdizione. Se chi riveste una funzione così delicata si lascia anche solo sfiorare dalla rappresentazione della curva, il danno va oltre l’immagine.
Il cittadino non chiede magistrati senza idee, chiede giudici e pubblici ministeri terzi, equi, misurati. E le forze di polizia hanno bisogno di fiducia piena e visibile da parte di chi è chiamato a giudicare o a dirigere le indagini, proprio perché sicurezza e garanzie non sono diritti confliggenti, ma domandano equilibrio, misura e scelte riformatrici. Il referendum ha lasciato una scia di veleni che va riassorbita, tanto più ora che si intravedono i primi segnali di un ritorno al dialogo istituzionale.
Sarebbe miope scambiarlo per la soluzione, perché il voto ha fatto emergere un disagio più largo, soprattutto tra i più giovani e tra una quota di elettori che negli ultimi anni era rimasta ai bordi della partecipazione. Per questo il risultato può perfino somigliare a una vittoria di Pirro per chi ritiene di aver chiuso la partita. La giustizia resta un problema irrisolto per i cittadini, che la incontrano come lentezza e sfiducia, e per il mondo economico, che la subisce come incertezza, costo e freno. Quel popolo non va blandito, va capito e rappresentato. Altrimenti tornerà a rifugiarsi nell’astensione, il più severo e silenzioso dei giudizi.
Al di là del merito o delle posizioni, va riconosciuta come fatto politico la determinazione con cui Marina Berlusconi prova a imprimere una scossa a un sistema immobile e impolverato nel Paese del Gattopardo. E sarebbe riduttivo non vedere che un’inquietudine analoga, con altri linguaggi e un diverso orizzonte, si è espressa anche in alcune aree della sinistra che, con Goffredo Bettini e Andrea Orlando, provano a sottrarsi all’aridità della ritualità conformista e a riaprire, attraverso Rinascita, una discussione più esigente sulla qualità della democrazia, delle idee e delle classi dirigenti.
Il punto non è il gesto, ma capire se quella scossa possa costringere finalmente i gruppi dirigenti a rimettersi in discussione. È una questione di impegno, passione, qualità, ricambio, autorevolezza. Quando i partiti consegnano idee e visioni al vento e la toga si avvicina, anche solo simbolicamente, alla curva, non perde una parte contro l’altra. Perdono la cultura civile e la grammatica democratica della Repubblica. Il resto è vento. Ma il vento non salva, non costruisce e non gonfia vele bucate che nessuno ha sentito il dovere di rammendare, avendo smarrito perfino la tensione etica.
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