L'identità: Storie, volti e voci al femminile Poltrone Rosse



Giustizia

Il teatro di Torre Annunziata e il vizio assurdo del cortocircuito italiano

Caso Torre Annunziata: se la magistratura fa politica e i partiti applaudono. L'analisi sul vizio assurdo che svuota la democrazia nel Mezzogiorno

di Anna Tortora -


C’è un’immagine, vivida e tagliente, che in queste ore agita la cronaca di Torre Annunziata, offrendosi come l’ennesima, amara metafora di un Mezzogiorno perennemente sospeso tra il riscatto e la propria condanna. È il profilo delle ruspe che aggrediscono Palazzo Fienga, lo storico fortino del clan Gionta, abbattuto nel nome della memoria e della legalità ritrovata. Doveva essere l’epilogo solenne di una catarsi collettiva, il giorno in cui lo Stato riprendeva possesso dei suoi spazi reali e simbolici. Si è trasformato, invece, nel palcoscenico dell’ennesimo cortocircuito istituzionale, dove i confini tra giustizia, politica e supplenza morale si sono dissolti nello spazio di un mattino.

È bastato che il Procuratore Capo, Nunzio Fragliasso, salisse su quel podio per lanciare parole come pietre contro l’amministrazione comunale — denunciando “troppe ombre e troppe contiguità” — perché la scenografia del riscatto crollasse, lasciando il posto al dramma. Le dimissioni immediate del sindaco Corrado Cuccurullo, consumate nel pianto e nel senso di un’umiliazione comunitaria, non sono che l’effetto visibile di una faglia ben più profonda che attraversa l’intero Paese. Una faglia che un osservatore lucido e controcorrente come Luigi Bobbio ha saputo spogliare da ogni ipocrisia retorica, svelando il vero nucleo del problema.

L’anatema fuori dal tempio e il verdetto di Bobbio

Il punto di rottura sollevato dall’ex senatore e magistrato Luigi Bobbio scarnifica il dibattito, liberandolo dai cascami della retorica anticamorra. Nessuno mette in discussione la pervasività dei clan, ma il metodo. Affidando ai social il suo atto d’accusa, Bobbio mette a nudo le colpe di tutti gli attori in campo con parole che risuonano come un duro saggio di diritto costituzionale applicato alla cronaca:

“Il problema non è quello che il Procuratore di Torre Annunziata, Fragliasso, ha detto sulla situazione del Comune di Torre ma è che lo abbia detto fuori dall’esercizio della sua funzione, parlando da cittadino ma da una posizione istituzionale, così operando una indebita entrata a gamba tesa, al di fuori di una indagine, sulla politica. Ma, del resto, perché rimproverare Fragliasso quando Gratteri fa la stessa cosa quindici volte al giorno, tutti i giorni, tutto l’anno? È ormai lo stile della magistratura, uno ‘stile’ consacrato dall’esito referendario. E ancora una volta la destra di Fratelli d’Italia sbaglia tutto, gongolando per le parole di Fragliasso sol perché Torre Annunziata è amministrata dal centrosinistra, coccolando Fragliasso perché gli fa comodo senza rendersi conto, per miopia politica e istituzionale, di contribuire a legittimare la inaccettabile deriva giudiziaria.”

Quando l’alto magistrato decide di dismettere il linguaggio asettico dei codici per impugnare il microfono del censore etico, si consuma un’invasione di campo. Se la denuncia si sposta dall’aula alla piazza, la giustizia si trasforma in un dispositivo di condanna preventiva. È lo sdoganamento del “modello-Gratteri”: un protagonismo mediatico eletto a sistema, che trova sponda in un’opinione pubblica ormai assuefatta all’idea che le toghe siano i guardiani della morale nazionale.

Lo strabismo della politica e le istituzioni in macerie

In questo vuoto istituzionale si inserisce lo strabismo di Fratelli d’Italia. L’attivismo con cui la destra ha cavalcato le parole di Fragliasso – portandole in Commissione Antimafia – svela un opportunismo di fazione: si gioisce solo perché il fango investe una giunta di centrosinistra. Una miopia spaventosa: applaudire oggi la “toga che sconfina” per un pugno di voti significa legittimare un potere sottratto al controllo democratico, che domani presenterà il conto a tutti.

Sullo sfondo resta una città ferita, sospesa nel limbo di una commissione d’accesso. Torre Annunziata diventa così il simbolo di un Mezzogiorno dove i sindaci sono lasciati soli in trincea e i partiti nazionali rinunciano alla selezione delle classi dirigenti, delegando ai magistrati il compito di tracciare la linea tra il bene e il male. Un teatro tragico in cui si abbattono i fortini della camorra a favore di telecamera, mentre le istituzioni democratiche continuano a sbriciolarsi sotto il peso della propria cronica debolezza.

Leggi anche: Napoli, sequestrate oltre 2,8 milioni di banconote false


Torna alle notizie in home