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Economia

La guerra è finita solo per i fondi, per l’Ue non è neanche iniziata

Solo gli hedge fund vedono rosa, Bruxelles prepara la mazzata all'Italia: aiuti sì ma commisurati allo spazio fiscale

di Giovanni Vasso -


È finita la guerra. E mentre i fondi speculativi si riorganizzano, l’Ue è ancora ferma aa redigere bozze e a tenere il punto sul Patto di stabilità mentre il Fondo monetario internazionale, quasi non aspettava altro, sparge pessimismo a piene mani. Intendiamoci, non c’è nessuna fumata all’orizzonte. Né bianca, né nera. Tra Usa e Iran, con in mezzo Israele e le petromonarchie del Golfo Persico, non s’è raggiunto alcun accordo. E però dai mercati, che la sanno sempre più lunga degli altri, qualche elemento di novità si comincia a intravedere. A cominciare dalla fine della postura al ribasso e il ritorno al long selling, per esempio. Roba già vecchia considerato che, come ha riportato ieri Bloomberg, la vera scommessa degli hedge fund adesso sta tutta nel ribasso del dollaro. Dall’inizio delle ostilità, il bigliettone ha guadagnato valore, s’è rivalutato anche a discapito dell’euro che già sognava il sorpasso. Se ora per i fondi il dollaro viaggia verso il ribasso, vuol dire che probabilmente qualcosa in Medio Oriente sta accadendo. È finita la guerra, suppergiù. Ne comincerà una peggiore con la crisi del private credit americano, mentre le banche fanno incetta delle loro stesse azioni (a cominciare da Goldman Sachs).

La guerra è finita?

In Europa, però, si continua a cincischiare. Le Borse hanno chiuso una giornata interlocutoria. Tra chi sale (come Francoforte) e chi scende (come Parigi). Milano, invece, chiude alla pari perdendo appena lo 0,04%. A brillare i bancari e, va bene che c’era l’assemblea che ha fatto correre Mps e Mediobanca, però anche questo è un segnale da non sottovalutare. Perché i titoli del credito erano stati tra i più penalizzati dalle mattane mediorientali di Trump. Interlocutoria pure la giornata sui mercati delle materie prime: il petrolio sale un po’, ma non s’avvicina neanche a 100 dollari al barile, il gas scende ma non tracolla sotto i 40 euro al Mwh. Pure perché in Europa è scoppiata (di nuovo) la grana degli stoccaggi. Sarebbero pieni per meno del 30%. L’Italia, però, è tra le “formiche” dell’Ue. E difatti l’ad di Enel Flavio Cattaneo ha potuto dire a un evento alla Camera che “non abbiamo problemi per le nostre centrali non ci sono problemi negli approvvigionamenti di gas”. Però i prezzi dell’energia, ovviamente, fanno paura. È appena iniziata la guerra.

Le paure dell’Anci, l’urlo di Confindustria

I Comuni dell’Anci hanno chiesto al ministro all’Ambiente e sicurezza energetica Pichetto Fratin un tavolo tecnico. Soldi non ce ne sono, i bilanci fanno acqua da tempo e sarebbe improponibile tornare a contrabbandare, ancora una volta, per risparmio energetico, misure a dir poco folli come quelle di spegnere lampioni e luci pubbliche a una certa ora della notte (roba costata la vita a troppe persone nell’immediato post-Covid). Una soluzione ci sarebbe. Ma da Bruxelles non ne vogliono sentir parlare. Anche ieri, un plotone di ministri (da Foti a Urso) ha intonato il mantra: “Sospendere il Patto di stabilità”. Più che i politici, sono le imprese a pesare e a temere. Ieri pure Confindustria ha chiesto a Ursula e soci di passarsi una mano per la coscienza: “l’Italia è fragile dal punto di vista strutturale, dallo Stretto arrivano numerose materie prime che ci servono per lo sviluppo dei nostri prodotti”, ha affermato il delegato all’Energia di viale dell’Astronomia Aurelio Regina: “Stiamo perdendo anche un mercato molto importante per l’Italia che è quello del Medio Oriente. Se si sommano tutti questi fattori, è chiaro che ci troviamo davanti a una situazione molto preoccupante alla quale dobbiamo rispondere come sistema europeo. L’Europa dovrebbe riflettere seriamente sull’idea di allentare il patto di stabilità. Perché abbiamo bisogno di dare fiato e ossigeno al nostro sistema economico”. Ecco.

Le sventure del Fmi la furbata di Bruxelles

La guerra non è mica finita qui, anzi infuria. Almeno a sentire le teste d’uovo del Fmi. L’Italia, per la gioia di Giorgetti, chiuderà il 2026 con un rapporto deficit-Pil al 2,8%. Peccato, però, aver chiuso il 2025 al 3,1% che rischia di costare caro. Ma il debito pubblico, dicono, esploderà al 138,8% del Pil nel 2027. Andremo per stracci? No, perché l’Ue ha deciso, bontà sua, di mettere nero su bianco qualche bozza per aiutare l’economia. Si parla di misure di sostegno fino al 50% per l’agricoltura e i trasporti. Si sussurra che la formula sarà quella degli aiuti di Stato. In pratica, l’ennesimo regalo a Berlino che c’ha lo spazio fiscale per fare un po’ come le pare. A scapito di tutti gli altri, Italia compresa. L’unica condizione messa da Ursula e dai suoi commissari sarà proprio che la flessibilità sia legata ai margini di bilancio. Intanto si dovranno continuare a limitare i consumi energetici. L’Italia, ha detto il ministro Pichetto, consumava 80 miliardi di mc di gas. Oggi siamo a sessanta. E c’è ancora da stringere la cinghia. Andremo in giro con le candele. E non ci si potrà mica sorprendere a Bruxelles, poi, se dai sondaggi emerge che per il 49% dei cittadini europei diventa necessario ricominciare a comprare il gas russo, una volta che il conflitto con l’Ucraina sarà concluso. Non è una buona notizia per gli eurocrati. È finita la pace.


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