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Cultura & Spettacolo

Undicesima settimana delle Culture Digitali “Antonio Ruberti”

di Priscilla Rucco -


Carmine Marinucci è il Presidente di DiCultHer, associazione di riferimento nazionale nel campo della cultura digitale e del patrimonio culturale, promotrice della Undicesima Settimana delle Culture Digitali “Antonio Ruberti”.
Figura di spicco nel dialogo tra istituzioni, scuola e ricerca. Il dott. Marinucci è impegnato da anni nella costruzione di reti sia educative sia culturali che mettono al centro la “cittadinanza digitale” e il rapporto tra tecnologia, umanità e democrazia. Il 20 aprile 2026, alla Camera dei deputati è stata presentata l’XI edizione della Settimana, in programma dal 4 al 9 maggio 2026.

Antonio Ruberti: perché è ancora attuale?

“Antonio Ruberti è una figura straordinariamente attuale perché ha saputo interpretare, con largo anticipo, il ruolo strategico della conoscenza come infrastruttura pubblica e come leva di sviluppo democratico. Non era solo uno scienziato o un Ministro: era un costruttore di visione europea, convinto che ricerca, formazione e innovazione dovessero essere profondamente integrate.
Per DiCultHer, Ruberti rappresenta simbolicamente il punto di equilibrio tra sapere scientifico e responsabilità civile. Dedicargli la Settimana significa riaffermare un’idea di cultura digitale non come semplice competenza tecnica, ma come spazio di cittadinanza, di diritti e di partecipazione consapevole”.

Le cinque traiettorie dell’IA: quale è la più urgente per la scuola?

“Sono tutte interconnesse, ma se dovessi indicarne una direi quella educativa, perché è la condizione che rende possibili tutte le altre.
La scuola oggi è chiamata a un passaggio delicato: non si tratta solo di “usare” l’Intelligenza Artificiale, ma di comprenderla, interrogarla e governarla. Senza una solida base educativa, il rischio è quello di subire l’Ia anziché orientarla.
L’urgenza è quindi formare studenti e docenti non solo competenti, ma consapevoli: capaci di leggere i processi, riconoscere i limiti degli algoritmi e mantenere al centro la dimensione umana, critica ed etica”.

La rete DiCultHer: come si costruisce e quali criticità riscontra?

“La rete non si costruisce “dall’alto”, ma attraverso relazioni fiduciarie e un lavoro costante di ascolto e co-progettazione. DiCultHer ha sempre cercato di mettere in dialogo scuole, università, istituzioni e territori partendo da un principio semplice: il patrimonio culturale, anche digitale, appartiene a tutti e tutti devono poter contribuire alla sua valorizzazione.

Le criticità principali sono due: da un lato la frammentazione delle iniziative, spesso non coordinate; dall’altro una certa difficoltà istituzionale a riconoscere pienamente il valore culturale del digitale.
A questo si aggiunge il tema delle competenze: non sempre diffuse in modo omogeneo. Ma è proprio qui che la rete diventa una risorsa, perché consente di condividere esperienze, pratiche e visioni”.

La conoscenza come infrastruttura pubblica: come tutelarla nell’era dell’Ia?

“È una delle sfide più importanti del nostro tempo. L’Intelligenza Artificiale tende naturalmente a concentrarsi in grandi piattaforme, e questo può portare a una progressiva privatizzazione del sapere.
Tutelare la conoscenza come infrastruttura pubblica significa agire su più livelli: istituzionale, promuovendo politiche di accesso aperto, dati pubblici e trasparenza degli algoritmi; educativo, formando cittadini consapevoli dei propri diritti digitali; culturale, riaffermando il valore del patrimonio come bene comune. In questo senso, iniziative come la Settimana delle Culture Digitali vogliono contribuire a costruire una coscienza collettiva: la conoscenza non è una merce, ma un diritto”.

Quale eredità vorrebbe restasse per il 2026?

“Mi auguro che resti, nelle scuole e nelle comunità, una maggiore consapevolezza: che il digitale e l’Intelligenza Artificiale non sono qualcosa di esterno a noi, ma uno spazio che possiamo e dobbiamo abitare responsabilmente.

L’eredità che vorrei lasciare è triplice: una cultura della partecipazione, in cui studenti e docenti si sentano protagonisti. Una maggiore integrazione tra sapere umanistico e tecnologico e soprattutto la convinzione che educare alla cultura digitale significhi educare alla democrazia.
Se anche una parte di questa consapevolezza rimarrà, allora la Settimana avrà davvero senso”.


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