La svolta “green” ci porta per forza fino a Pechino
Donald Trump vuole il controllo del petrolio e del gas così da “affamare” la Cina e da dettare le sue condizioni anche all’Ue. Come abbiamo più volte scritto, la strategia Usa inevitabilmente però in qualche modo favorisce proprio Pechino (al di là del fatto che la Russia si sia offerta di supplire alla carenza energetica scatenata dalla crisi dello Stretto di Hormuz), e la favorisce sul fronte green.
Sì perché la Cina è molto più avanti dell’Ue, nonostante i folli diktat di Bruxelles sulla transizione energetica. Il paradosso è servito: più l’Europa intende accelerare verso le rinnovabili, più scopre di dipendere da Pechino. Non è solo una questione industriale, ma di visione, di pianificazione. La Cina ha investito, formato competenze, assicurato materie prime, conquistato intere filiere.
Oggi – lo sappiamo – domina indiscussa il settore dei pannelli solari e delle batterie (per non parlare delle terre rare). Mentre Bruxelles prova a rifilare ai cittadini Ue un vademecum per risparmiare energia, la Cina produce quella green in enormi quantità. Non a caso, dalla Germania alla Spagna (ma anche il Canada, per esempio), i governi fanno la fila per fare affari energetici con Pechino. E lo stesso dovrebbe fare l’Italia, visto che a livello Ue non si batte chiodo.
Tra l’altro – va detto a onor del vero – stavolta la Cina non primeggia per concorrenza sleale ma per aver visto lungo e aver visto prima, puntando sulla transizione. E oggi senza la Cina non v’è alcuna possibilità di svolta green. Tanto che non a caso si parla di tornare al carbone, anche e soprattutto per risparmiare, vista la crisi energetica. Un cortocircuito inevitabile, innescato da un lato dalle mosse spregiudicate e chiaramente anti-Ue di Trump, e dall’altro dal gap con la Cina che l’Europa, che vorrebbe così tanto essere green, non ha minimamente colmato.
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