L'identità: Storie, volti e voci al femminile Poltrone Rosse



Cronaca

L’Italia degli spioni: Del Deo nel ciclone

Dopo il "dolce" pensionamento dai Servizi per le ripetute chiacchiere su di lui, era subito approdato alla presidenza del Grande Fratello dell'economia nazionale

di Angelo Vitale -


Del Deo camminava su un filo rosso, sottile e pericolosissimo che unisce le stanze ovattate dei nostri Servizi in Piazza Dante ai server finora ritenuti blindati dell’economia italiana.

Del Deo al centro del ciclone

Giuseppe Del Deo, ex ufficiale dell’Esercito, già numero due del Dis. Da ieri, un uomo al centro di un ciclone che rischia di travolgere la credibilità dei vertici dell’intelligence. Insieme ad essi, l’intera impalcatura della sicurezza economica nazionale.

Già dal termine delle perquisizioni dei Ros, è iniziata la ricerca spasmodica dei dettagli piccanti dei dossier sui quali lavora la Procura della Capitale. Sullo sfondo, un dato di fatto inquietante e finora non particolarmente approfondito.

Il capo della “Unità dei Neri”

Del Deo non è stato un vertice qualunque dei nostri Servizi. È stato tra gli antesignani dell’intelligence finanziaria in Italia. L’uomo che ha capito, prima di altri, che il potere non passa più solo per i segreti di Stato, ma per i flussi di cassa. L’inchiesta di Roma punta a scoperchiare un sistema che sembra clonare i peggiori incubi dei passati anni ’70: i Servizi paralleli.

Del Deo, senza mezzi termini, accostato alla cosiddetta “Squadra Fiore”. Un’articolazione che – secondo i magistrati – agiva come una struttura fuori controllo. Ma c’è di più: nelle carte emerge la misteriosa “Unità dei Neri”, un manipolo di fedelissimi che avrebbe operato nell’ombra per acquisire informazioni riservate, fin dentro le stanze del Vaticano.

Peculato? il “male minore”

Il reato di peculato contestato, circa 5 milioni di euro distratti da fondi pubblici, a questo punto, appare oggi come il “male minore”. Il vero interrogativo è: a cosa servivano quei soldi? L’ipotesi è devastante: finanziare un sottobosco privato di intelligence illegale, alimentando agenzie che vivono di ricatti e dossieraggio industriale.

Cerved, il “grande Fratello” dell’economia italiana

Qui l’inchiesta sbatte contro il muro della realtà presente. Del Deo, nonostante il peso dei sospetti appuntati al suo indirizzo prima di un “dolce” pensionamento di Stato, siede ancora sulla poltrona di presidente di Cerved.

Parliamo della “cassaforte” dei dati economici del Paese: bilanci, visure, assetti societari, solvibilità. Un patrimonio informativo immenso che dovrebbe essere protetto da una lente d’ingrandimento istituzionale. Ma chi controlla davvero questo custode? Il Mimit e il Garante della Privacy monitorano i flussi, l’Antitrust vigila sulle concentrazioni di mercato, il quesito politico resta inevaso.

Com’è possibile che un uomo diventato in qualche modo uno dei bersagli sui quali venivano indirizzati gli interrogativi degli ultimi scandali “informativi” del Paese, sia stato chiamato a presiedere, dal Gruppo Ion di Andrea Pignataro, il Grande Fratello dei bilanci italiani?

Uno “bravo” nei Servizi, d’amblais la pedina di vertice del colosso dell’informazione commerciale che conosce la salute finanziaria di ogni impresa prima ancora che lo sappia il suo amministratore delegato, muovendo i fili tra analisi dei rischi, gestione dei crediti deteriorati e intelligence digitale.

Le Equalize? “Sono 400”

Due anni fa, L’identità – a proposito dello scandalo scoppiato a Milano e che coinvolge rilevanti “cervelli” dell’industria e della finanza – ricordava quanto detto da una figura simbolo. Giuliano Tavaroli, l’uomo che guidò la sicurezza di Telecom e Pirelli prima dello scandalo dei dossier illegali del 2006, aveva lanciato un monito: “Le Equalize sono almeno 400”.

Tavaroli, che ha vissuto sulla propria pelle l’ascesa e la caduta dei sistemi di monitoraggio parallelo, descriveva un’Italia dove agenzie private, ex agenti e hacker vivono in simbiosi con pezzi dello Stato.

Un “campo avvelenato”

La clamorosa svolta dell’inchiesta romana conferma quella visione. A sentire i magistrati, non siamo più di fronte a singoli episodi di malaffare, ma a un “campo avvelenato” dove bivaccano centinaia di strutture che clonano le funzioni dell’intelligence di Stato per scopi privati.

È il capitalismo del dossieraggio. Se Del Deo è stato l’antesignano dell’intelligence finanziaria, oggi quel modello è diventato un franchising dell’illecito. La democrazia dei dati è sotto scacco.


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