Dazi americani contro euro forte. nemici mi guardo io, dagli amici ci guardi Iddio. Se gli amici che hanno a Bruxelles sono quelli di Washington, c’è da stare (ben poco) allegri. L’Ue sa bene che gli accordi presi a Turnberry, in Scozia, non sono né equi né accettabili. Ursula, in Scozia, si piegò senza se e senza ma ai desiderata di Trump. Che, avendo toccato con mano la debolezza politica e istituzionale dell’Ue, da quel momento in poi ha cominciato a sparare a zero contro il Vecchio Continente. L’accondiscendenza non ha fatto altro che esaltare le richieste americane. Che son precise, altroché. E non nascono mica da oggi. Gli Usa hanno avviato da tempo una strategia di reshoring con l’obiettivo di riportarsi a casa produzione e aziende. Tutto è iniziato col primo mandato del tycoon, Joe Biden ha proseguito sulla stessa linea.
Dazi americani vs euro forte
Oggi Trump, già che ci si trova, sta provando pure a convincere le imprese europee (quelle che funzionano, dall’automotive e dintorni fino alla farmaceutica) a traslocare in America. L’Europa rischia grosso e ha capito che con quest’amministrazione (e forse pure con la successiva, perché certe strategie sono di lungo periodo) non c’è da sperare granché. A questo punto meglio provare a rinviare. L’accordo Usa-Ue sui dazi è stato rimandato. Non alle calende greche ma al 19 maggio, alla prossima riunione del trilogo. Un segnale, insomma, contro l’imprevedibilità americana che sta mandando a ramengo la solidità (un tempo?) dei commerci tra le due sponde dell’Atlantico. Il commissario Ue al Commercio Maros Sefcovic, che ci ha messo mesi per arrivare a un’intesa, ha raccomandato alla controparte Usa di restare ai patti. “Il mio obiettivo rimane triplice: primo, dimostrare che l’Ue sta passando dalle parole ai fatti e onorando i suoi impegni; secondo, ottenere un risultato che rispetti pienamente la dichiarazione congiunta Ue-Usa; terzo, tutelare gli interessi delle parti interessate dell’Ue, anche dotando la Commissione degli strumenti necessari per garantire che la dichiarazione Ue-Usa sia fedelmente attuata da entrambe le parti”.
Qualcosa sta cambiando (eccome)
Le minacce di alzare, ulteriormente, del 25% i dazi all’automotive da parte americana hanno fatto saltare il banco. E hanno riportato addirittura a considerare desiderabili le condizioni (capestro) imposte a Turnberry. Quello che è certo è che qualcosa sta cambiando. E lo sappiamo. Quando (e se) finirà la guerra con l’Iran, statene certi, Trump inizierà a regolare i conti con gli alleati europei. Se non altro perché, in vista dell’incontro con Xi in Cina, avrà bisogno di un capro espiatorio, di un “nemico” da offrire all’opinione pubblica. Il Canada, che conta su riserve energetiche importanti, s’è rivelato un osso economicamente e politicamente fin troppo duro. Resta la piccola Europa. Che, da parte sua, si prepara a una sorta di resistenza. Sfruttando l’unica cosa che (ritiene) di avere. E cioè la moneta. Euro forte contro i dazi Usa. Lo dicono in tanti, lo ha confermato pure il governatore della banca centrale tedesca Nagel.
La mossa della Bce
A giugno, la Bce metterà mano ai tassi e inasprirà il costo del denaro. Secondo i bene informati, potrebbe essere solo il primo di una serie di (almeno) due ritocchi. L’euro si rafforzerà ancora. E cercherà di imporsi sempre di più come valuta globale di riserva, tentando di estorcere “l’esorbitante privilegio” di cui finora ha goduto (e gode ancora) il dollaro. Uno scenario probabile se un banchiere esperto e un osservatore acuto come l’amministratore delegato di Unicredit, Andrea Orcel, ha intonato, al Salone del Risparmio, il de profundis al bigliettone. “Il dollaro sta perdendo il suo ruolo di valuta rifugio”, ha detto. “Hanno la maggiore economia del mondo, ma se uno prende un trend line sul dollaro, quel trend line non va verso una stabilità, va verso un discesa”, ha sottolineato Orcel.
L’analisi di Orcel
Secondo cui: “Dopo quello che è successo con la guerra in Russia è stato dimostrato che se tu hai dei depositi in dollari li possono congelare. E quindi le riserve di varie banche centrali intorno al mondo si sono diversificate per queste due ragioni e non tengono più solo e principalmente dollari, ma sono andati su altre valute e sull’oro e su altre cose per diversificare le cose”. Ecco. Il guaio, però, è che l’euro forte penalizza l’export e questa è una delle voci fondamentali dell’economia italiana. E questo Orsini, presidente di Confindustria, lo dice da mesi. E non è il solo a farlo. La moneta pesante è un ulteriore dazio che l’Ue si impone da sola. Amen. Dai nemici mi guardo io, ma dagli amici (come quelli di Francoforte) ci guardi Iddio.