Qui Bruxelles… Piazzapulita, Vannacci e i “privilegi” militari: quando l’Italia spara sui suoi servitori
Una grande tristezza. Non trovo altra definizione, da Bruxelles, per il recente servizio televisivo di Piazzapulita (La7) sul presunto “paradiso dei Generali italiani: villaggi vacanze, prezzi bassissimi e pensioni anticipate.”.
Non perché non si possano – e non si debbano – analizzare criticamente istituti come l’ARQ (Aspettativa per Riduzione Quadri) o la struttura dei vertici militari. Da tempo invero troppo propensi ad assicurarsi ben remunerati incarichi per il dopo pensione, rendendoli così troppo permeabili a logiche clientelari di bassa politica. Ma perché, ancora una volta, si è scelto di sostituire l’approfondimento con la caricatura.
Si parte da un tema serio e si finisce nella solita “Pulcinellopoli”: ombrelloni, lidi, foresterie a prezzi democratici.
Tutto mescolato in un racconto da indignazione facile, demagogica e populista, che confonde strumenti di welfare per tutti i gradi (non solo “per Colonnelli e Generali”) con privilegi. I sindacati militari di base – non dei colonnelli e dei generali – lo hanno detto chiaramente: narrazione “parziale e fuorviante”, che alimenta l’idea di una casta inesistente.
Chi parla di privilegi dei servitori dello Stato in uniforme (Esercito, Marina, Aeronautica e Guardia di Finanza) dovrebbe farsi un giro nella vicina Francia. La République, patria di liberté, égalité e fraternité, riserva ai suoi militari appartamenti nel centro di Parigi, nel complesso degli Invalides, e foresterie di grandissimo prestigio. Mantiene licei militari riservati solo ai figli dei militari. Offre accesso gratuito a istituzioni d’eccellenza come la Maison d’éducation de la Légion d’honneur per le discendenti – fino al terzo grado! – degli insigniti di quello che in Italia corrisponde all’Ordine al Merito della Repubblica Italiana (OMRI).
In Italia, invece, istituti come la Scuola militare Nunziatella o la Scuola navale militare Morosini sono aperti a tutti, senza nessuna priorità per i figli dei militari. E qualcuno osa parlare di privilegi?
La verità è che la vita militare reale è ben diversa da quella raccontata in televisione, con commento sottovoce da scoop del reporter televisivo che non stava riprendendo la sede di pericolosi narcotrafficanti colombiani, bensì gli ombrelloni di uno stabilimento balneare della Marina militare in Sardegna. Stipendi modesti, mobilità continua, famiglie divise, stress operativo. Non lo dico io: lo dicono gli stessi sindacati, che parlano di crisi vocazionale, carenza di personale e perdita di attrattività della professione. Se fosse davvero un “paradiso”, le caserme sarebbero prese d’assalto. Non lo sono.
Anche il tema pensionistico è stato trattato con superficialità. I militari non vanno via prima per privilegio, ma perché l’ordinamento lo impone per esigenze operative. Chi affiderebbe la propria difesa e sicurezza ad ultra sessantenni? In Francia, come in altri Paesi, i modelli sono diversi e spesso più favorevoli.
I Sottufficiali possono andare in pensione con meno di 20 anni di servizio.
Gli Ufficiali di carriera, con meno di 30 anni di servizio.
Molti militari francesi lasciano quindi il servizio attivo tra i 45 e i 52 anni di età, non di servizio!
Ma lì nessuno si sogna di fare propaganda contro chi serve lo Stato in uniforme.
Quanto al generale Vannacci, obiettivo evidente del servizio “giornalistico”, la mia posizione è stata chiara da subito dopo la pubblicazione del suo libro “Il mondo al contrario”. Ho criticato, da militare e da giornalista, l’inopportunità del suo comportamento da generale ancora in servizio. E ho ritenuto giuste le conseguenze disciplinari, che l’hanno visto sospeso dal servizio e dal grado per ben 11 mesi (a 12 poteva scattare la degradazione a soldato semplice). Ma una cosa è criticare un generale ancora in servizio, ed oggi il politico Vannacci. Altra cosa è usare il suo caso per delegittimare un’intera categoria che rende onore al Paese in Italia e nel mondo.
Dopo il suo libro, Vannacci non meritava né la fucilazione né una medaglia, bensì la sanzione disciplinare che ha giustamente subito. Ma, soprattutto, non meritavano di essere trascinati nel facile e infondato e ridicolo sensazionalismo, insieme a lui, migliaia di servitori dello Stato in uniforme.
Perché qui sta il punto: quando non si ha il coraggio di entrare nel merito, si prende un ombrellone e lo si trasforma in simbolo di una presunta casta. È facile. È televisivo. Ma è disonesto.
Da Bruxelles, dove ho servito per trent’anni anche l’Europa, vedo ogni giorno quanto rispetto abbiano altri Paesi per le loro Forze Armate. In Italia, invece, continuiamo a dividerci tra idolatria retorica e demolizione. Senza equilibrio, senza serietà. Come, da ultimo, a proposito del raduno degli Alpini a Genova.
Criticare è legittimo. Deformare la realtà no. E, soprattutto, screditare chi indossa un’uniforme non è mai un buon servizio alla democrazia ed al proprio Paese. Anche per questa settimana, da Bruxelles è tutto.
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