Il negoziato tra Stati Uniti e Iran procede su un terreno instabile, dove ogni passo avanti è sistematicamente compensato da uno indietro. L’arrivo nella capitale a Doha del presidente del Parlamento iraniano Mohammad Bagher Ghalibaf, del ministro degli Esteri Abbas Araghchi e del governatore della Banca centrale Abdolnaser Hemmati segnala la volontà di Teheran di esplorare un’intesa con Washington, ma senza cedimenti. La cornice è tutt’altro che delineata. Lo Stretto di Hormuz, l’uranio altamente arricchito e i fondi iraniani congelati restano nodi irrisolti, oggetto di un possibile memorandum che, per ora, esiste solo come bozza.
La nuova forzatura di Trump
L’incertezza domina anche il fronte politico. Ghalibaf, rieletto per il settimo anno consecutivo alla guida del Parlamento, si presenta come il principale negoziatore con gli Usa. La fragilità del contesto regionale non contribuisce a rasserenare l’atmosfera. Donald Trump, con il suo stile consueto, ha alzato la posta, scrivendo: “Sarà un grande accordo o nessun accordo”. Il capo della Casa Bianca ha anche affermato di aver detto ai leader di Arabia Saudita, Bahrein, Emirati Arabi Uniti, Qatar, Pakistan, Turchia, Egitto e Giordania che “dovrebbe essere obbligatorio che tutti questi Paesi, come minimo, sottoscrivano contemporaneamente gli Accordi di Abramo”.
La replica dell’Iran
Dalla capitale iraniana la replica è arrivata in maniera molto dura. Il portavoce Ebrahim Rezaei ha definito il presidente statunitense un bluffatore e ha avvertito che “il tempo è contro gli americani”. Il duello retorico riflette la distanza reale tra le parti, nonostante la diplomazia tenti di costruire un percorso comune.
Lo Stretto di Hormuz
Il punto più delicato resta lo Stretto di Hormuz, la cui riapertura avverrà “a fasi”. Gli Stati Uniti sarebbero pronti a sbloccare 12 miliardi di dollari di beni iraniani e ad avviare operazioni di sminamento, mentre la Repubblica islamica dovrebbe iniziare a cedere il suo uranio altamente arricchito. Nulla, però, è ancora deciso. Al momento non ci sono date, mancano garanzie, e soprattutto non è chiaro quanto l’accordo quadro sia vincolante. Anche la tregua di 60 giorni, estesa in attesa di un’intesa strutturata, appare più come un congelamento tattico che come un passo deciso e decisivo verso la pace.
Il ruolo di Israele
A complicare ulteriormente lo scenario, contribuisce l’ostilità aperta di Israele, che stando agli iraniani starebbe “facendo di tutto per compromettere i colloqui”. Il portavoce del ministero degli Esteri iraniano, Esmail Baghaei, ha accusato Tel Aviv di voler sabotare l’intero processo negoziale e di influenzare negativamente la posizione americana. Una dinamica che non deve sorprendere. Per il governo guidato dal premier Benjamin Netanyahu, qualsiasi accordo che riduca la pressione sull’Iran è percepito come una minaccia strategica. E la clausola che garantisce agli israeliani il diritto di “agire contro minacce imminenti” rischia di trasformarsi in una valvola di sfogo che può far saltare il tavolo in qualsiasi momento.
In questo mosaico già complesso, si inserisce il ruolo del Pakistan, che tenta di proporsi come attore responsabile e mediatore regionale proprio mentre il Paese è colpito da un attentato sanguinoso. Almeno 24 morti e 50 feriti nell’esplosione di un ordigno su un treno militare nel Baluchistan. Islamabad che cerca di facilitare il dialogo mentre affronta la violenza interna, è un simbolo perfetto dell’instabilità dell’intera area.
La combinazione di tutti questi fattori porta a delle trattative sospese, vulnerabili a ogni scossa politica o militare. Le parti parlano, ma non si fidano. Le bozze circolano, eppure non si firmano. Le tregue si estendono, senza arrivare al punto di consolidarsi. Statunitensi e iraniani si scambiano minacce e aperture, Israele prepara contromosse e il Pakistan conta i morti. Lo Stretto di Hormuz resta il barometro di una crisi che può chiudersi o precipitare da un momento all’altro.