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Caporalato: in Italia un’internazionale inarrestabile

Un fenomeno diffuso non solo al Sud che sembra non avere "nemici"

di Angelo Vitale -

Il luogo dell'ultima strage in Calabria


La strage di Amendolara in Calabria- quattro braccianti bruciati vivi in un’auto – solo l’ultimo capitolo di una ferocia criminale del caporalato che in Italia ha smesso di essere un’emergenza per farsi sistema strutturale.

L’alleanza criminale

Il ribadito segnale di un’alleanza silente e proficua tra cellule pakistane e i poteri criminali consolidati del territorio. Il caporalato pakistano non si alimenta solo nei campi del Mezzogiorno, ma si è affinato come modello di economia criminale capace di infiltrarsi nei distretti industriali più insospettabili del Nord.

L’inchiesta “Pakarta” ha scoperchiato questo vaso di Pandora, rivelando come la criminalità pakistana gestisse “corpi in affitto” persino nella filiera del libro e nelle tipografie trentine. In Vallagarina, una ditta di produzione di carta e cartone sotto sequestro per aver sfruttato connazionali costretti a turni fino a 13 ore per pochi euro, con la promessa del rinnovo del permesso di soggiorno. Un meccanismo chirurgico: i caporali non si limitano a reclutare manodopera, ma esercitano un controllo totalizzante sulla vita del migrante.

Caporalato: dal Trentino alla Calabria

In Trentino, come in Calabria, il metodo è lo stesso: sottrazione dei bancomat e dei Pin per prelevare direttamente lo stipendio, decurtazioni arbitrarie per alloggi fatiscenti (fino a 200 euro per un posto letto), l’obbligo di spendere i pochi spiccioli rimasti in negozi alimentari “convenzionati” con l’organizzazione.

Recentemente, in un estremo tentativo di inquinamento probatorio, ad alcuni lavoratori in Trentino fatti firmare accordi di conciliazione farsa da soli 200 euro per rinunciare a diritti che, secondo i calcoli sindacali, ammontavano fino a 300mila euro per singolo addetto.

L’internazionale del riciclaggio

L’internazionale del riciclaggio adopera il sistema Money Hawala. Il vero motore di questa economia criminale, la capacità di far sparire i profitti. Il denaro sottratto ai braccianti non transita dai circuiti bancari ufficiali, ma viene convogliato attraverso il sistema Money Hawala. Un canale finanziario informale basato su una rete di intermediari – gli hawaladar.

Attraverso codici d’onore e messaggi crittografati, permettono di liquidare all’estero – in Pakistan o Afghanistan – somme immense generate dallo sfruttamento in Italia. Per i flussi che passano dai Money Transfer ufficiali, i clan utilizzano pure la tecnica dello “smurfing”, frazionando le cifre sotto i 1.000 euro e usando identità sottratte agli stessi braccianti per evitare i controlli dell’antiriciclaggio.

Solo in un anno, un singolo caporale nella Piana di Sibari può arrivare a spedire in patria circa 250mila euro, parte dei quali finiscono nelle casse delle ‘ndrine locali come “tassa di esercizio” per l’autonomia concessa sul territorio.

Le imprese conniventi

La “pace mafiosa”, fondata sull’appalto della violenza alla ‘ndrangheta. In Calabria, la cosiddetta “mafia pakistana” non agisce in competizione con la ‘ndrangheta, ma ne è la longa manus operativa nel settore agricolo. Ai clan storici calabresi conviene delegare il controllo violento della manodopera.

Questo garantisce il mantenimento di prezzi agricoli ferocemente competitivi e blinda la pace sociale, evitando che la manovalanza locale o straniera possa alzare la testa. Le cellule pakistane, organizzate su basi familiari e orizzontali, operano in “autonomia tollerata”. La violenza non è un incidente, ma uno strumento di disciplina: l’incendio del minivan ad Amendolara è servito a imporre il terrore e punire chi osava ribellarsi alle tariffe estorsive dei trasporti.

Se il caporale è il braccio, l’impresa agricola è spesso la mente consapevole del sistema. L’Operazione Demetra aveva squarciato sei anni fa il velo sulla collusione generalizzata nella Sibaritide, portando a indagare su 60 persone e al sequestro di 14 aziende agricole. Ditte rinomate di San Lorenzo del Vallo, Corigliano Rossano e pure aziende riconducibili ai clan Acinapura, Cirigliano, Glinni e Ferrara.

Imprese che utilizzano il cosiddetto “lavoro grigio”. Braccianti regolarmente assunti, in busta paga dichiarate solo poche giornate rispetto a quelle effettivamente svolte, abbattendo drasticamente i costi contributivi. Un sistema che serve i grandi supermercati. Per entrare nella gdo, alle aziende basta spesso un’autocertificazione di “eticità”.

Il “deserto dei nemici”

I controlli ispettivi, però, drammaticamente insufficienti. il dei carabinieri e ispettori del lavoro troppo pochi rispetto all’estensione geografica dei campi, lasciando che il caporale occupi ogni spazio vuoto, dai trasporti all’alloggio. In questo scenario il “deserto dei nemici” del caporalato. Mentre la magistratura continua a colpire, quando ci riesce, grazie alle leggi vigenti, il caporalato sembra aver smesso di essere un nemico politico prioritario.

Spentasi la pressione mediatica e “muscolare” che una certa sinistra alimentava prima dello scandalo Soumahoro, il fenomeno è tornato nell’ombra. Secondo i dati del Cnr-Ismed, solo in Calabria ci sono tra gli 11mila e i 12mila lavoratori impiegati in condizioni di irregolarità, con punte massime nei territori di Corigliano, Rossano e Cassano Jonico. Il caporalato oggi non sembra avere nemici reali perché è diventato funzionale alla sopravvivenza di un intero comparto economico strozzato dalle aste al ribasso della gdo.

La logica predatoria ha trasformato il bracciante in una “commodity” da spremere. I rapporti dei sindacati segnalano un boom di inchieste – con un incremento del 50% dei casi intercettati – ma lo sfruttamento si è semplicemente adattato. Senza una riforma più incisiva, lo Stato continuerà a inseguire il sangue sull’asfalto, lasciando che le cellule pakistane e la ‘ndrangheta continuino a gestire, nel silenzio generale, l’immensa cassa continua del lavoro nero.


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