"La politica deve riprendersi il primato sull'economia", che scoppola agli euroburocrati
Giorgetti rampogna l’Ue. E il fatto che sia proprio lui a dirlo che la politica deve riprendersi il primato sull’economia, è emblematico. Giancarlo Giorgetti è stato il primo ministro dell’Economia politico da (diversi) decenni a questa parte. Era dai tempi, ormai antichi e vetusti, della Prima Repubblica che a via XX Settembre sembrava esserci una sorta di divieto per chiunque non fosse economista e non avesse un curriculum universitario lungo così. Erano altri tempi. Un’epoca fa, quando il liberismo era rampantissimo e voleva fare strame di ogni traccia “politicante”. Oggi, però, le cose son cambiate. E, forse, ci si è iniziati a render conto che troppi tecnicismi non fanno bene a nessuno. E che, sicuramente, occorrerebbe più politica.
Giorgetti, il primato della politica e la rampogna all’Ue
Giancarlo Giorgetti lo ha detto, a chiare lettere, ieri alla cerimonia di chiusura dell’anno di studi 2025-2026 della Scuola di polizia economico finanziaria della Guardia di finanza a Ostia. “Non possono essere le regole proprie dei mercati e dell’economia a vincolare e orientare le scelte della politica e delle istituzioni democratiche. Riprendere la centralità significa invertire questa rotta”, ha affermato il ministro che ha rotto il tetto di cristallo. “La politica non può più abdicare al suo ruolo fondamentale di salvaguardia dei diritti collettivi e dell’equità sociale e dunque è essa (la politica) a dover stabilire la cornice etica e sociale per assumere decisioni. L’economia genera progresso ed efficienza, ma solo la politica può orientare quel progresso e quell’efficienza verso la stabilità e l’equità sociale”.
Avvisate Bruxelles
Ecco, Giorgetti non parla a caso specialmente se si parla di Ue. Non tiene una lezione accademica. È un politico, per giunta pragmatico. Insomma, sta tirando le orecchie a Bruxelles. L’ultimo, e invincibile, fortino dell’ideologia ragionieristico-contabile mondiale. “E’ fondamentale saper leggere la complessità del momento, comprendere le esigenze e le istanze delle persone, delle imprese. Poi affrontare i problemi con il coraggio del gesto giusto, senza ideologie di sorta, mostrando capacità di adattamento e flessibilità nelle risposte alle crisi”. E un’occasione di riscatto, agli eurocrati brussellesi, si presenta fin da subito. L’Ue sperava di essersela cavata con un piccolo allargamento in termini di flessibilità, Giorgetti invece parla in termini che appaiono costituzionali. Politici, ça va sans dire.
La missione di Confindustria
Con la missione di Confindustria per mitigare il tremendo regime Ets che rischia di mandare al macello ciò che resta dell’industria italiana. Un piano in dieci punti, quello inviato da viale dell’Astronomia a Palazzo Berlaymont. Improntato al realismo e al futuro. Antonio Gozzi, da Bruxelles, fa i conti all’esosità Ue: “Dal 2017 a oggi il prezzo della Co2 è passato da circa 5-8 euro a tonnellata fino a sfiorare i 100 euro, generando un forte incremento dei costi per il sistema produttivo europeo, senza equivalenti nelle principali economie concorrenti”. Giusto per fare qualche confronto: “In California il prezzo del carbonio si aggira intorno ai 25 dollari per tonnellata. L’impatto dell’Ets non riguarda soltanto le emissioni dirette delle imprese, ma si riflette anche sul costo dell’energia elettrica. Il meccanismo contribuisce per circa 25-30 euro/Mwh al prezzo dell’elettricità nelle ore in cui questo viene determinato dagli impianti termoelettrici alimentati a gas. Un elemento particolarmente rilevante in Europa, dove i prezzi energetici sono già significativamente superiori rispetto a quelli di altre grandi aree economiche”.
The day after the Opas
Non si può più attendere. La palla è nel campo di Bruxelles. Ma in Italia, ancora oggi, l’attenzione è tutta dedicata a un altro argomento. Il giorno dopo è quello della (presunta) calma. L’Opas è arrivata, a Siena si guardano intorno e di Intesa si torna ad occupare la stampa internazionale. Bloomberg, per esempio, ha deciso di intervistare direttamente il Ceo Carlo Messina. Non ritiene, infatti, che a Rocca Salimbeni ci siano altre (vere) offerte. L’ipotesi della fusione tra pari avanzata da Banco Bpm è stata (ulteriormente) bocciata. “Da parte loro non c’è una vera offerta, solo la richiesta di aprire una conversazione: al momento gli unici in campo siamo noi”. E, perciò, ritiene che l’Opas su Mps abbia “grande probabilità di successo”. Se un editoriale apparso proprio su Bloomberg boccia l’iniziativa di Messina, il Financial Times invece parla di un’operazione che mette “buon senso” nel tumultuoso risiko bancario che da tempo coinvolge il credito italiano. Il vero nodo, però, è un altro. Il mercato ha reagito fin troppo bene all’avanzata di Cà del Sass su Rocca Salimbeni. E Unicredit, ora, deve far qualcosa. Perché in ballo c’è il futuro di Generali che, poi, è l’ombelico del mondo (finanziario) italiano. “Se qualcuno è disposto a offrire più di noi, allora potrebbe esserci concorrenza”, ha detto proprio Messina a Bloomberg. Orcel ha preso nota. Da risiko a duello, il passo è breve.