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Cultura & Spettacolo

Pippo Sowlo, Wittgenstein e la fine della NASPI

Il concerto di Capannelle non è stato una rimpatriata nostalgica, ma il rito collettivo di una generazione che ha scoperto di essere stata addestrata per un mondo già finito.

di Redazione -


di Valerio Savaiano

Mi aspettavo un concerto per pochi intimi nostalgici del decennio pre-Covid. Mi aspettavo 2-3mila persone al massimo, poco più di una rimpatriata. E invece s’è smossa una folla di circa ventimila persone che ha cantato a squarciagola tutte, tutte, tutte le canzoni del repertorio di Pippo Sowlo dagli albori a quest’ultimo piccolo capolavoro. La fine della NASPI è il titolo del disco uscito qualche settimana fa, il ritorno pubblico di Pippo Sowlo che sembrava una di quelle cose spazzate via dalla pandemia e che ogni tanto riaffiorano alla mente e pensi “sembra passata una vita” e invece sono solo 6 anni. Invece no, Pippo Sowlo non ha mai smesso di essere in hype nemmeno in questo lustro abbondante perché in qualche modo ha lasciato una traccia profonda in chi l’ha seguito ai tempi. È un fenomeno strano ma andiamo con ordine, magari riesco a spiegarmelo man mano che scrivo.

De Gregori qualche giorno fa è stato fatto a pezzi in pubblico perché ha espresso un concetto che tutti (o quasi) consideravamo logico e ovvio fino a un paio di decenni fa: l’artista non fa propaganda, fa arte. Il che non significa che non abbia idee personali, opinioni, persino convincimenti profondi. C’è una differenza sostanziale tra propaganda e arte: nel primo caso il veicolo creativo è usato per convincere le persone a concordare con una certa posizione, con una visione delle cose, con cosa deve considerare giusto o sbagliato. L’arte, invece, ha il compito di illustrare la realtà attraverso l’anima dell’artista. Poi quella realtà sarà ovviamente influenzata dal pensiero dell’artista e quindi è facile che arrivi, a te fruitore, l’eco di quel pensiero. Quell’illustrazione della realtà sarà tanto più forte quanto più chi l’ha creata ha indagato ogni faccia, ogni frammento, ogni possibile punto di vista.

Ora però questo è un racconto sul concerto di Pippo Sowlo a Capannelle, nel contesto di Rock in Roma: che c’entra tutto questo? C’entra perché sabato 13 giugno in quell’arena c’erano ventimila persone. “Ci ho la Tribuna Tevere davanti a me” ha urlato dal palco il buon Filippo Mosca, vero nome dietro a Pippo: poco più di trent’anni, laurea e dottorato in filosofia, specializzato in Wittgenstein, un anno in Norvegia come ricercatore all’Università di Bergen, il tutto partendo dal cuore della periferia sud romana. Nel 2015 esce un singolo su YouTube, Torre Gaia $tate of mind in cui, con tutti gli stilemi della trap tanto in voga in quel momento, racconta la vita nel comprensorio di Torre Gaia.

Per chi è di Roma, soprattutto per chi viene dalle borgate di quel quadrante, il comprensorio in questione è sempre stato una cosa strana e surreale perché dietro la sbarra ci sono villini con giardino, viali curati, piscine, sicurezza privata ma poi uscendo da lì attraversi la Via Casilina e sei nel pieno di Tor Bella Monaca.

Non avrebbe senso fare la biografia di Pippo Sowlo e nemmeno l’esegesi dei suoi brani, ci hanno già pensato riviste molto popolari negli anni scorsi e anche in occasione dell’uscita del suo ultimo, attesissimo disco La fine della NASPI. Stanno lì, i brani, tutti quanti e potete sentirli direttamente senza il bisogno di qualcuno che vi spieghi perché dovete o non dovete comprare il disco. Quello che è rimasto a me, un millennial di mezzo (classe ’84), che va a vedere Pippo Sowlo, un tardo millennial (classe ’94), è quella splendida e dimenticata sensazione di non aver paura di essere travolto dalla propaganda, da qualcuno che sfrutta palco, microfono, maxischermi e ventimila persone per dire chi non votare, quale posizione prendere in una guerra lontana, che gli uomini sono tutti potenziali stupratori e che qualunque straniero è sempre bravissimo.

E non è una questione di scorrettezza dei suoi testi, sia chiaro. Mentre giravamo I mostri pazzi che bruciano le cose, a chi gli domandava quale fosse il motivo di quell’opera, Svart Jugend rispondeva: perché fa ride. Ecco, il punto di partenza è che i racconti cantati di Pippo Sowlo hanno questa come caratteristica fondamentale ovvero illustrare dei quadri nel modo più divertente e disturbante possibile. Ma come dicevo sopra: se a illustrarli c’è una persona sensibile, intelligente, non polarizzata e libera l’illustrazione avrà tanta profondità, anche se non la cerchi.

Ventimila persone, quindi. Non c’è il dato ufficiale ma dichiarando l’organizzazione che la capienza del main stage è di trentamila direi che siamo più o meno su quella quantità. Fascia d’età principale tra i 30 e i 40 (ma anche ventenni e sessantenni), tantissimi con la maglietta con dietro scritto Pippo Sowlo e davanti scritto “Guardie” col font e i colori della scritta “Polizia” sulle volanti. “Guardie” che dal palco vengono idolatrate perché Pippo canta esattamente tutto il contrario di quello che raccontano la trap, l’itpop, l’indie mieloso.

E quindi tutta la folla canta Always do the spia dove Pippo Sowlo si vanta di essere pappa e ciccia con le guardie, poi Condorello dove esplode l’orgoglio di chi ha il pene molto piccolo, Re: Inoki dove il classico e infantile dissing tra rapper diventa una lettera di scuse e richiesta di aiuto al rivale. Tutte parole, frasi, concetti che nell’ambiente del rap, espresse esattamente allo stesso modo ma a persone abiutate a vivere sul serio quei pensieri, avrebbero tutt’altro tipo di risposta.

Perché quella di Pippo Sowlo non è satira, non è provocazione volgare tanto per, non è una battaglia cosciente contro il politicamente corretto. È probabilmente una cosa che ha a che fare con Wittgenstein e gli sprachspiele, il concetto di giochi linguistici del filosofo austriaco secondo cui la parola non ha un significato fisso ma acquisisce senso unicamente in base all’uso e alle regole condivise all’interno di uno specifico contesto sociale. E questo accade quando una massa di trenta/quarantenni romani a cui la società aveva promesso che studiando poi si sarebbero sistemati legge il titolo del disco: fine della NASPI, adesso tocca inventarsi qualcosa.

La generazione truffata oggi rimpiange quando a venticinque anni non ha imparato a fare qualcos’altro, a usare le mani per costruire o riparare qualcosa, non ha scelto una facoltà che gli desse competenze che sono state già rimpiazzate da un sistema che “lo sai che funziona a probabilità” (come dice Pippo a Lucrezia nel capolavoro AirTag), l’AI che ha mostrato alla nostra disgraziata generazione che ci stavano formando per fare i robot sottopagati. I large language model lavorano a un costo ancora più basso, in proporzione, e non fanno storie la mattina se la sera prima sono stati in piedi tre ore ad assistere a un concerto in mezzo alla polvere. Ma questo sul palco viene mostrato perché il set video sui maxischermi è interamente generato con AI e non in modo ultra-approfondito: con dei prompt semplici, mantenendo le allucinazioni e persino i watermark.

Ha snocciolato tutta la sua discografia, facendo sobbalzare tutti quando inaspettatamente ha coinvolto il pianista di Calcutta per far cantare a tutti Paracetafoco, brano che sulla base di Paracetamolo del cantautore pontino racconta di un incendio che distrugge tutto il litorale laziale a causa di una sigaretta “schiccherata sul selciato”. È mancata solo Spring Attitude ma forse perché era un featuring e la Garage Gang non era disponibile. Invece lo era Christian De Seeker, più noto come Matteo Corradini dei The Pills, per cantare Condorello. Lo era anche Mortecattiva per fare Sciarponi e a sorpresa lo era persino Valerio Lundini per Dont’s. Ad aprire c’erano i Gleison, gruppo calabrese che ha fatto scaldare tutti con barre tipo “Tuo figlio torna da scuola e ti dice che è una femmina? Manda due-tre anni in Dagestan e dimentica” e una dedica d’amore all’Iqos.

Credo di aver assistito a un evento epocale. Uno di quelli di cui fra dieci o vent’anni parleremo vantandoci di esserci stati, un cult. Quello che Pippo Sowlo sarà da qui in avanti non è dato saperlo. Potrebbe finire sul palco dell’Ariston come Tony Pitony (sciocco metterli a paragone) come potrebbe diventare il Prof. Filippo Mosca. O per dirla con sue parole:“tornare ad essere me stesso, a essere Filippo. Per uscire da ‘sto vortice chiamato solipsismo, per rompere al più presto questo loop maniacale in cui continuo a fa’ ironia, ma in realtà dentro sto male solo per camuffare ogni mio bug relazionale è soltanto un meccanismo di difesa esistenziale”.


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