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Attualità

La scusa dell’inclusività per escludere con più stile

di Eleonora Manzo -


Alla fine della fiera, queste primarie del nuovo campo progressista rischiano di passare alla storia come l’ennesima trovata inclusiva, pensata in realtà per escludere con più stile. Sembrano una messinscena democratica, celebrata però solo dopo aver ben recintato il campo, anestetizzato ogni voce fuori dal coro e accompagnato gentilmente alla porta riformisti e moderati.

Ti dicono che la competizione è aperta, che chiunque può partecipare. Certo, a patto di assomigliare già in partenza al vincitore che i vertici hanno in mente. È qui che si annida il paradosso.

Sulla carta, le primarie nascono per spalancare le porte, favorire la contaminazione, unire anime diverse sotto uno stesso tetto e misurare sul campo programmi e leadership.

Ma se chi guida la coalizione parte con l’obiettivo di blindare i confini, restringere gli spazi di manovra e guardare con sospetto a tutto ciò che sa di moderazione, allora lo strumento perde il suo significato originario. Smette di essere una vera selezione e si trasforma in un semplice rito di ratifica. Non ti stanno dando la possibilità di scegliere tra alternative reali: ti chiedono soltanto di timbrare l’unica opzione che hanno deciso di concederti.

Il rischio, ormai tangibile, è che la partecipazione politica si riduca a una sterile pratica notarile.

Si invoca a gran voce il popolo delle primarie, ma solo dopo aver sbarrato la strada a metà delle alternative possibili. Si canta la pluralità, ma a bassa voce, per non disturbare la linea ufficiale del momento.

Eppure, chiunque abbia un minimo di memoria storica sa bene che il centrosinistra ha vinto solo quando ha saputo unire culture politiche diverse, non quando ha iniziato a scomunicarle. Oggi, invece, chi prova a ricordarlo viene liquidato come un reperto archeologico, o peggio, trattato come un infiltrato.

In questo clima, persino una foto concepita per suscitare clamore, destinata a trasmettere entusiasmo e novità, finisce per svelare molto più di quanto vorrebbe. Più che per quello che mostra, l’immagine colpisce per ciò che rivela sui riflessi condizionati del partito: basta un’inquadratura, un suggerimento o una candidatura evocata al momento giusto per innescare immediatamente la narrazione collettiva della consacrazione.

La politica è così ridotta a un semplice casting, dove la sceneggiatura è già scritta prima ancora che gli elettori si esprimano.

Non sorprende, quindi, che Dario Franceschini punti nuovamente su Silvia Salis, sfruttando quell’abilità tutta democristiana di fingersi marginale mentre, nei fatti, piazza la pedina al centro della scacchiera politica.

È inevitabile il parallelo con le vecchie manovre di Matteo Renzi: fiutare il simbolo, cavalcare il personaggio, forzare il dibattito e usare una candidatura come vero e proprio grimaldello politico. Renzi, del resto, è parte integrante di quel pragmatismo cinico del centrosinistra che oggi molti fingono di ripudiare, salvo poi imitarne i metodi con minore brillantezza e con una dose ancora maggiore di ipocrisia.

Alessandro Onorato ci ha provato a costruire uno spazio civico tutto suo, pragmatico e lontano dalle vecchie logiche di partito. Oggi, però, si ritrova fuori dai giochi, e non è un caso. La sua esclusione ci racconta molto più di tanti lunghi discorsi qual è il vero problema di oggi: nel nuovo schieramento progressista, il confine non è più tra destra e sinistra, ma tra chi si allinea senza fare troppe domande e chi invece ha il difetto di guardare la realtà in faccia.

Alla fine, il nodo e semplice. Se le primarie servono solo a legittimare una coalizione già epurata di moderati e riformisti, allora non sono primarie: sono prefinali truccate. E il centrosinistra, ogni volta che scambia la purezza per la vocazione maggioritaria, finisce sempre nello stesso modo, applaude se stesso e perde gli altri.


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