L'identità: Storie, volti e voci al femminile Poltrone Rosse



Politica

Libertà: il 28 giugno alle ore 17:00 al Teatro Comunale di Vicenza torno a fare Politica

di Alberto Filippi -


C’è una storia italiana che vale più di mille convegni sulla giustizia. È la storia di Mario Roggero, gioielliere di professione e uomo per bene, che in pochi anni ha avuto il privilegio — se così si può chiamare — di incontrare lo Stato italiano due volte. La prima, quando In più occasioni gli sono entrati in gioielleria i rapinatori e ad esempio nel 2015 gli hanno devastato la vita, la sicurezza, la dignità. La seconda, quando quegli stessi ladri sono tornati nel 2021 e lui, stavolta, ha deciso di difendersi.

Del primo episodio vale la pena ricordare i numeri, perché i numeri, a volte, dicono tutto. Mario Roggero ricevette dalla giustizia italiana — quella ufficiale, quella con la toga e il martelletto — 100 euro di risarcimento. Cento euro. Non centomila. Non diecimila. Cento euro per una rapina che fu, come è stato giustamente definito, un massacro. Cento euro per il terrore, per i danni materiali, per le notti insonni, per quella sensazione che non ti lascia più: quella di sapere che potresti non essere al sicuro nemmeno dentro casa tua, nemmeno nel posto dove hai costruito la tua vita con le tue mani.

Poi arriva il 2021. Arriva la seconda rapina. E stavolta Mario Roggero non aspetta che lo Stato faccia quello che non sa fare: lo difende. Si difende da solo, come ogni essere umano ha un diritto ancestrale a fare quando la propria vita è in pericolo. E nell’esercizio di questa difesa — l’unica difesa che gli era rimasta — muoiono i rapinatori.

A questo punto, in un Paese normale, la storia finisce. L’uomo è salvo, i malviventi hanno trovato la conseguenza delle loro scelte, e la collettività tira un sospiro di sollievo. Invece, in Italia, la storia non finisce: ricomincia, capovolta, grottesca, vergognosa. Lo Stato — quello stesso Stato che con 100 euro aveva liquidato anni di dolore e danni reali — si sveglia improvvisamente attivo, efficiente, determinato. E chiede a Mario Roggero più di 3 milioni di euro. Non per risarcire lui. Per risarcire i parenti dei rapinatori.

Ingiustizia sull’ingiustizia. Prima lo abbandoni. Poi lo processi. Poi vuoi che paghi chi avrebbe dovuto essere protetto. È una logica che sfida la ragione, che offende il buon senso, che demolisce quella fiducia minima senza la quale nessuno Stato può dirsi legittimo agli occhi dei propri cittadini.

Della vicenda giudiziaria, sulla quale la Cassazione è chiamata a pronunciarsi il 15 luglio, non mi soffermo ulteriormente — sono convinto che le sentenze precedenti siano scandalose e mi aspetto che la Suprema Corte le tratti di conseguenza con il rigore che meritano. Quello che mi preme dire è altro.

Mi preme dire che la storia di Mario Roggero non è una storia isolata. È lo specchio di un Paese dove lo Stato sa essere draconiano quando si tratta di controllare chi produce e chi lavora — con ispezioni fiscali, teorie d’ufficio, interpretazioni creative della normativa tributaria che si abbattono su imprenditori onesti come piogge di agosto, improvvise e devastanti — ma diventa stranamente assente, silenzioso, impotente, quando si tratta di proteggere quegli stessi cittadini dalle minacce reali alla loro incolumità.

Anch’io, due mesi fa, ho vissuto sulla mia pelle cosa significa essere vittima mentre lo Stato guarda altrove. Ho capito cosa vuol dire quel senso di abbandono, quella rabbia sorda che non sa dove andare, quella domanda che ti rode dentro: ma a cosa serve pagare le tasse, rispettare le regole, costruire qualcosa di onesto, se poi nel momento del bisogno sei solo?

Ecco perché domenica 28 giugno sarò al Teatro Comunale di Vicenza — il principale teatro della mia città — per dire queste cose ad alta voce, davanti a chi vorrà ascoltare. E sarei davvero onorato di avere con noi Mario Roggero, o comunque di portare la sua storia al centro di quella serata, perché è una storia che appartiene a tutti noi, non solo a lui. Che sia presente fisicamente o idealmente, il 28 giugno parleremo di lui, del suo coraggio, della sua solitudine di fronte a uno Stato sordo.

Sarà un appuntamento politico, e lo dico senza imbarazzo: politico nel senso più alto e più vero del termine. Perché è la Politica — quella con la P maiuscola, quella che dovrebbe meritare questo nome — che deve risolvere queste cose. Ed è la Politica che deve rispondere a una domanda semplice, che non ammette tatticismi né distinguo: da che parte stai? Dalla parte degli italiani onesti, dei cittadini perbene, di chi lavora e rispetta le regole? O dalla parte di chi delinque, rapina, terrorizza — spesso straniero, quasi sempre recidivo — e che da questo Stato riceve più tutele della vittima?

Io mi sto schierando. In questo momento bisogna farlo. Bisogna avere il coraggio di dire da che parte si sta. Perché se le campagne elettorali del passato ci hanno abituati al “regalino” — il bonus da 80 euro che Renzi distribuì come una mancia, il reddito di cittadinanza elargito come un anestetico sociale, le ristrutturazioni a pioggia finanziate indebitando le generazioni future — oggi non si può più comprare il voto degli italiani con quattro spiccioli. O almeno, non si dovrebbe.

Perché c’è qualcosa che non ha prezzo. Qualcosa che nessun bonus può sostituire. Si chiama dignità. Si chiama libertà. Si chiama il diritto di camminare per strada, di dormire nella propria casa, di lavorare nella propria bottega senza dover temere che qualcuno entri a distruggerti tutto — e senza dover temere che, se ti difendi, sia lo Stato a finire il lavoro che i rapinatori hanno iniziato.

La libertà è la parola chiave di questa stagione. Non la libertà astratta dei filosofi. La libertà concreta, quotidiana, di vivere serenamente e di far vivere serenamente la propria famiglia. Ecco cosa chiedo alla Politica. Ecco il patto che voglio sottoscrivere: non una promessa elettorale, non uno slogan, ma un impegno chiaro, verificabile, che lo Stato torni a fare il suo mestiere e smetta di stare dalla parte sbagliata.

Perché questa Italia non va bene. Non piace a me. Non piace a troppi imprenditori per bene, a troppi lavoratori per bene, a troppi italiani per bene che ogni giorno si alzano, fanno il loro dovere, e si chiedono perché devono farlo in un Paese che non li protegge e che, anzi, li punisce quando si proteggono da soli.

Il 28 giugno, al Teatro Comunale di Vicenza, ci vediamo tutti. Padri di famiglia che vogliono dormire sonni tranquilli. Madri in pensiero per i propri figli. Giovani che hanno il diritto di sognare un’Italia migliore di questa. Imprenditori stanchi di essere trattati come sospettati e abbandonati come orfani.

Mario Roggero aspetta il 15 luglio per sapere che ne sarà della sua vita. Noi aspettiamo il 28 giugno per decidere che ne sarà della nostra. Perché, alla fine, la vera domanda non è cosa farà lo Stato di Mario Roggero. La vera domanda è: cosa faremo noi di uno Stato che tratta Mario Roggero in questo modo?


Torna alle notizie in home