Renzi parla delle divisioni a destra, ma la costituzione del campo largo ancora non c’è
Come al solito nel centrosinistra da un lato si vuole unire, così da mettere in piedi una coalizione in grado di contendere la vittoria alle elezioni al centrodestra, ma dall’altro non si rinuncia a lanciare stoccate agli eventuali alleati. Basta guardare a che punto è la costituzione del tanto annunciato campo largo, invocato ormai da oltre un anno senza che nel frattempo abbia visto la luce. La nascita di questo grande schieramento da contrapporre alla coalizione guidata da Giorgia Meloni, come da tradizione della sinistra, continua a essere rimandato per i veti di alcuni e i capricci di altri. Al suo posto si è ufficializzato un blocco progressista composto da Pd, Movimento 5 Stelle e Alleanza Verdi e Sinistra che ha rinviato a dopo l’estate ulteriori alleanze. E se è paradossale che nella gara a chi è più di sinistra sia finito anche Giuseppe Conte, non stupisce invece la diffidenza a inglobare Matteo Renzi in questo progetto.
La diffidenza verso il leader di Italia Viva
Il leader di Italia Viva da qualcuno è ritenuto inaffidabile, mentre altri lo considerano pericoloso. Renzi potrebbe infatti essere determinante nella partita per la leadership della coalizione di centrosinistra. Tanto più che questa incombenza è sempre stata storicamente affidata a profili moderati. Personalità, proprio come l’ex presidente del Consiglio e già segretario del Pd, marcatamente centriste. Nulla a che vedere, insomma, con i tratti di un’alleanza di sinistra-sinistra come quella, definita progressista, messa in piedi da Schlein, Conte, Fratoianni e Bonelli. Un’intesa che al momento ha escluso i movimenti moderati e riformisti, probabilmente perché ritenuti troppo poco di sinistra. Tanto da far dire a Renzi che “la patente di centrosinistra a me non la dà Bonelli”. Più o meno quello che Bettini ha detto a Elly Schlein nel corso dell’ultima direzione del Pd.
Blocco progressista VS campo largo
La convinzione tanto dell’area riformista dei dem quanto del leader di Italia Viva è dunque che l’unica possibilità di giocarsi la partita alle prossime politiche sia quella di presentarsi con un centrosinistra unito. Difficile farlo digerire a chi – come Schlein e Conte – punta a essere leader dello schieramento con l’obiettivo di sedere a Palazzo Chigi. Se infatti la partita della leadership della coalizione, primarie o non primarie, fosse vinta da un profilo civico o comunque più orientato verso il centro che a sinistra, le loro velleità sfumerebbero nel volgere di un attimo. Ed è questo il motivo per il quale ci si è affrettati a mettere in piedi un blocco progressista. Quello che si vorrebbe imporre come lo zoccolo duro di una più ampia coalizione.
Il perché della mancata costituzione del campo largo
Tre soli partiti che danno le carte a un tavolo con un numero maggiore di giocatori. Ammesso che a queste condizioni alla fine gli altri accettino di sedersi. Certo, la prospettiva di governare il Paese è sempre un ottimo collante. Non a caso, sostiene sempre Renzi, “se la destra della Meloni si divide dalla destra di Vannacci la vittoria è quasi sicura per il centrosinistra a meno che il centrosinistra non si metta a dividersi”. Resta il fatto che al momento il tradizionale blocco di centrodestra, nel quale non si può inglobare la novità rappresentata da Futuro nazionale, resiste unito. A differenza di quanto puntualmente accade nel centrosinistra, dove l’unità resta più un ideale che una concretezza.
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