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Esteri

Il vertice di Ankara si avvicina, la Nato si incrina

La revisione della postura americana potrebbe durare mesi

di Ernesto Ferrante -


Alla vigilia del vertice Nato di Ankara, il clima transatlantico è tutt’altro che disteso. Donald Trump è tornato a puntare il dito contro gli alleati europei, accusati di non contribuire abbastanza alla difesa comune. Su Truth Social il presidente ha denunciato l’“assurdità” di un sostegno americano “unilaterale”, accompagnando lo sfogo con una grafica che attribuisce agli Stati Uniti un contributo da 999 miliardi di dollari, contro cifre nettamente inferiori per Regno Unito, Francia, Italia e Polonia. Un messaggio pensato per ribadire che, secondo la Casa Bianca, l’Europa continua a vivere sotto l’ombrello americano senza pagarne il prezzo.

Soldi europei per gli armamenti americani

L’ambasciatore Usa presso la Nato, Matthew Whitaker, ha ricordato come Trump si attenda che “tutti gli alleati” imbocchino “immediatamente” la strada verso il 5% del Pil in spesa militare, obiettivo fissato all’Aja e oggi lontano per molti. Whitaker ha parlato di un “trasferimento di oneri” che deve accelerare, sottolineando che metà dei 120 miliardi di nuovi investimenti promessi dagli europei finirà in armamenti americani. “Solo gli Stati Uniti possono produrre su quella scala”, ha detto, lasciando intendere che Ankara sarà un banco di prova decisivo.

Due linee nell’amministrazione Trump

Ma mentre il tycoon incalza gli alleati, la sua stessa amministrazione fatica a trovare una linea comune. Secondo il Wall Street Journal, il capo del Pentagono Pete Hegseth era pronto ad annunciare tagli significativi alla presenza militare Usa in Europa, salvo essere fermato all’ultimo momento dal segretario di Stato Marco Rubio e da altri alti funzionari. Il risultato è una revisione della postura americana che potrebbe durare mesi, segno di una divergenza interna su tempi e modalità di un eventuale ridimensionamento. Una incertezza che non aiuta.

Rutte, la Nato e i veri beneficiari del riarmo dell’Europa

A complicare il quadro, è arrivata l’uscita del segretario generale della Nato, Mark Rutte, che al Financial Times ha ammesso ciò che molti sospettavano. La corsa al riarmo europeo sostiene 195.000 posti di lavoro nell’industria bellica statunitense e un portafoglio di ordini da 300 miliardi di dollari. Rutte ha elogiato gli sforzi europei, ma ha anche riconosciuto che alcune capacità chiave “possono essere acquisite solo dagli Stati Uniti”. Una verità che, rivelata prima di Ankara, suona come un’ammissione imbarazzante. Nella nuova stagione di riarmo, i veri beneficiari non siedono a Bruxelles, ma a Washington.


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