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Attualità

Non solo un costo: la longevità una risorsa per il futuro del welfare

di Raffaele Bonanni -


L’Italia continua a parlare di anziani come se fossero un problema da amministrare. È l’errore più grave che un Paese possa commettere mentre la demografia gli sta cambiando il destino. La longevità viene raccontata quasi esclusivamente come un costo: pensioni da pagare, sanità da finanziare, assistenza da garantire. È una lettura miope. La più straordinaria conquista civile e scientifica dell’ultimo secolo viene ridotta a una voce di bilancio.

La verità è un’altra. Per la prima volta nella storia milioni di persone arrivano ai sessantacinque o ai settant’anni conservando salute, autonomia, competenze e voglia di progettare. Non siamo davanti alla semplice estensione della vecchiaia, ma alla nascita di una nuova stagione della vita. Eppure continuiamo a rinchiuderla dentro schemi costruiti quando l’aspettativa di vita superava appena i cinquant’anni. È il welfare ad essere invecchiato, non gli anziani. L’impianto previdenziale italiano fu costruito negli anni del boom economico, quando la popolazione era giovane, il lavoro cresceva, la natalità assicurava il ricambio e pochi pensionati erano sostenuti da molti lavoratori.

Oggi il quadro si è ribaltato. Le nascite crollano, la popolazione invecchia e il rapporto tra chi versa contributi e chi riceve pensioni peggiora anno dopo anno. Nessuna propaganda può cancellare questa realtà. La matematica, a differenza della politica, non concede deroghe. Continuare a promettere gli stessi equilibri del passato significa trasferire il costo sulle nuove generazioni. Significa destinare quote sempre più elevate della ricchezza nazionale alla spesa previdenziale, comprimendo gli investimenti che producono futuro: scuola, università, ricerca, innovazione, infrastrutture, sostegno alle famiglie. È una scelta che impoverisce tutti, soprattutto i giovani.

Da qui nasce una domanda che la politica evita accuratamente: perché considerare inevitabilmente conclusa la vita lavorativa di chi è ancora perfettamente capace di creare valore? Naturalmente nessuno può immaginare di imporre un prolungamento indiscriminato dell’attività lavorativa. Esistono mestieri usuranti che richiedono tutele specifiche.

Ma esistono anche professioni nelle quali l’esperienza rappresenta il principale fattore produttivo. In quei casi, impedire o scoraggiare la permanenza volontaria al lavoro significa privare il Paese di un patrimonio costruito in decenni. L’economia contemporanea vive sempre meno di forza fisica e sempre più di conoscenza. Per questo l’età anagrafica pesa meno della preparazione, della capacità di decidere, di trasmettere competenze e di guidare il cambiamento.

Le imprese più avanzate lo hanno già compreso: i gruppi di lavoro migliori sono quelli nei quali convivono creatività giovanile ed esperienza professionale. Dove una generazione sostituisce l’altra senza dialogo, tutti perdono. Occorre allora capovolgere l’impostazione. Il pensionamento deve restare un diritto, non trasformarsi in un obbligo sociale.

Chi desidera continuare a lavorare e possiede le condizioni psicofisiche per farlo dovrebbe essere incentivato e non ostacolato per il suo futuro previdenziale. Ne deriverebbero vantaggi per il lavoratore, che potrebbe migliorare il proprio reddito e la futura pensione; per le imprese, che conserverebbero competenze preziose; per i giovani, che troverebbero maestri anziché concorrenti; e per lo Stato, che renderebbe più sostenibile il sistema previdenziale.

Questa prospettiva richiede però un investimento decisivo nella formazione permanente. Non è pensabile valorizzare la longevità lasciando milioni di persone escluse dalla rivoluzione digitale. Ancora oggi troppi italiani anziani non utilizzano con continuità Internet o gli strumenti informatici. È una barriera che limita autonomia, partecipazione e possibilità di continuare a contribuire alla vita economica e civile. L’alfabetizzazione digitale dovrebbe diventare una priorità nazionale tanto quanto la prevenzione sanitaria.

Naturalmente la longevità, da sola, non risolverà il declino demografico. Servono politiche coraggiose per sostenere la natalità, aumentare la produttività, governare con intelligenza l’immigrazione qualificata e rilanciare lo sviluppo. Ma nessuna riforma sarà sufficiente se continueremo a considerare gli anziani soltanto come destinatari di spesa pubblica. Una civiltà si misura anche da come utilizza la propria memoria.

Un Paese che archivia prematuramente milioni di cittadini ancora capaci di produrre, insegnare, innovare e servire la comunità non sta difendendo il welfare: sta dissipando il proprio capitale umano più prezioso. La sfida del XXI secolo non consiste nell’allungare la vita. Quella è già stata vinta dalla scienza. La vera sfida è dare un senso, una funzione e una libertà a quegli anni conquistati. Chi saprà farlo costruirà una società più ricca, più giusta e più forte.


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