La parata del 14 luglio sugli Champs-Élysées, consacrata quest’anno alla difesa dell’Ucraina e al “risveglio strategico europeo”, è stata molto più di un tradizionale rito repubblicano. È diventata la rappresentazione plastica del neobonapartismo di Emmanuel Macron, che dopo aver trasformato la politica francese in un laboratorio di instabilità permanente e aver bruciato il robusto capitale di consenso accumulato nei suoi primi anni all’Eliseo, tenta ora di ricostruirsi un ruolo attraverso una pericolosa campagna d’estate contro la Russia. Un azzardo che mescola ambizioni personali, posture muscolari e un attivismo bellicista sempre più pericoloso per gli alleati europei.
Le pulsioni da generalissimo di Macron
La cornice è stata imponente. Una trentina di capi di Stato e di governo, tra cui Volodymyr Zelensky e Sergio Mattarella, riuniti all’indomani del vertice dei Volenterosi. Cinquecento militari di 35 Paesi hanno sfilato lungo il viale più iconico di Francia, mentre la Patrouille de France colorava il cielo con la scia bleu-blanc-rouge, affiancata da Mirage con equipaggi franco-ucraini. Macron, a bordo dell’auto di comando, ha passato in rassegna le truppe come un generale in cerca di un esercito. “Fierezza nel vedere i militari ucraini sfilare al fianco delle nostre forze”, ha scritto su X, facendo diventare la Festa nazionale una sorta di palcoscenico geopolitico e un messaggio diretto a Mosca.
Gli affari sull’asse Parigi-Kiev
Dietro la retorica della “fratellanza europea” si muove anche un gigantesco meccanismo affaristico. L’Ucraina ricorrerà per la prima volta a una linea di credito europea per acquistare sistemi di difesa aerea franco-italiani SAMP/T-NG e caccia Rafale. I 16 velivoli iniziali sono parte di una flotta prevista di 100 unità, finanziata con prestiti Ue. Un affare miliardario che garantisce ossigeno all’industria militare francese e rende l’Europa un “finanziatore automatico” della guerra. Parigi ha inoltre autorizzato la produzione in Ucraina di missili Aster 30, bombe guidate AASM e cruise SCALP, rafforzando un asse industriale che ha poco di “solidale” e molto di strategico-commerciale. Il tutto con la Russia che intensifica gli attacchi con missili e droni, alimentando la narrativa francese della “difesa comune” e giustificando nuove forniture.
Lo schiacciamento pericoloso del governo Meloni
In questo quadro è venuta alla luce la “coalizione antimissile europea”, fondata da nove Paesi, tra cui l’Italia. Presentata come iniziativa “puramente difensiva”, è in realtà un altro passo verso l’allineamento del governo Meloni alla strategia franco-britannica, che non esclude più l’invio di soldati sul campo ucraino, linea rossa invalicabile per il Cremlino. Roma, pur senza proclami, si ritrova così appiattita su una postura che rischia di trascinarla in un conflitto che non controlla. Parigi e Londra puntano palesemente a fare dell’Ucraina il banco di prova della loro voglia di grandezza militare e tecnologica.
Strappi e scandali in Ucraina
L’Europa si arma e Kiev continua a mettere in vetrina il suo caos politico. Le dimissioni della premier Yulia Svyrydenko, che avrebbe risposto “andate al diavolo” all’ipotesi di un incarico diplomatico negli Stati Uniti, sono solo l’ultimo episodio di una crisi permanente. Il ministro della Difesa Fedorov è contestato dai vertici militari per la sua “mentalità da Silicon Valley”, dopo aver licenziato funzionari che non superavano la macchina della verità e aver rivelato sprechi per 6,6 miliardi di dollari. Il direttore di Ukroboronprom si è dimesso dopo l’esplosione in un deposito illegale di armi in un centro urbano che ha causato 7 morti. La legge marziale è stata prorogata per la ventesima volta. Un Paese che combatte la Russia mentre lotta contro se stesso, tra epurazioni, scandali e corruzione endemica, e che l’Unione europea continua a finanziare come se fosse un partner stabile.
L’Ue è al limite del ridicolo
Se Macron gioca a fare il generale, l’Ue fatica persino a trovare un accordo sulle nuove sanzioni contro la Russia. La Bulgaria difende il Patriarca Kirill, la Germania non vuole rinunciare al merluzzo d’Alaska usato nei pasti per bambini, altri invece frenano sul divieto di visto ai cittadini russi coinvolti nella guerra. Un groviglio di veti che rende surreale la battuta di Kaja Kallas: “Non sapevo che i pesci fossero così geopolitici”.