L'identità: Storie, volti e voci al femminile Poltrone Rosse



Politica

Preferenze? Quelle degli elettori mancano. Quelle contro Meloni no

di Ernesto Ferrante -


La fotografia politica del voto sulle preferenze è impietosa: 375 votanti, maggioranza a 188, favorevoli 187. Un solo voto. Un singolo voto che però pesa come una sfiducia interna, non dichiarata ma plateale. L’emendamento Bignami, sostenuto ufficialmente da tutta la coalizione, è stato affossato nel segreto dell’urna, trasformando una modifica tecnica della legge elettorale in un terremoto politico che investe direttamente Giorgia Meloni.

La premier aveva “messo la faccia” su questa battaglia, chiedendo il voto palese e sfidando le opposizioni a contarsi. Ha scommesso sulla compattezza della maggioranza e ha perso. Non per mano del Campo largo, ma a causa del campo minato che ha sotto i piedi. Una palude, come lei stessa l’ha definita, che ha inghiottito il suo emendamento e una parte consistente della sua autorevolezza.

Il fronte interno: il vero avversario della premier

I numeri parlano chiaro. Secondo il capogruppo leghista Riccardo Molinari, i franchi tiratori sarebbero almeno 31. Il dem Igor Taruffi ha azzardato una distribuzione chirurgica: “Un terzo FI, un terzo Lega, un dieci per cento di meloniani”. Un quadro che conferma ciò che da mesi si sussurra nei corridoi di Montecitorio. La maggioranza non è più tale quando serve.

Dentro Forza Italia, una frangia che risponde a Marina Berlusconi non ha mai nascosto l’obiettivo di circoscrivere il potere della premier. Nella Lega convivono fedeltà intermittenti e rancori mai sopiti. E persino in Fratelli d’Italia, nonostante le rassicurazioni di compattezza, emergono zone d’ombra. Il risultato è una coalizione che si sfalda proprio nel momento in cui dovrebbe mostrarsi unita.

I cecchini anti-Meloni

Il voto segreto ha fatto da detonatore, liberando pulsioni, vendette, calcoli personali. Ha permesso a chi non vuole contarsi apertamente di colpire senza esporsi. Ha dato spazio a quel sottobosco di cooptati interni ed esterni che vive di equilibrismi, di convenienze, di micro-potere. Ha trasformato in buona sostanza una riforma elettorale in un regolamento di conti.

La scena più emblematica è quella dei deputati di Futuro Nazionale, che hanno filmato le pulsantiere per dimostrare di non essere tra i traditori. Un gesto “non elegante”, come ha ammesso Edoardo Ziello, ma ritenuto necessario “conoscendo l’elevata presenza di falsi ipocriti che animano l’Aula”. Un Parlamento che si immortala da solo per certificare la propria lealtà è la rappresentazione plastica della crisi.

Le opposizioni festeggiano come allo stadio

Quando il tabellone ha segnato 188 contrari e 187 favorevoli, una parte dell’Aula è esplosa. Le opposizioni hanno esultato come se avessero segnato al novantesimo. Abbracci, cori, urla, richieste di dimissioni. Una caduta di stile che non nobilita chi festeggia, ma che amplifica la fragilità di chi avrebbe dovuto vincere facilmente e invece si è fatto travolgere.

La bocciatura non è un dettaglio tecnico. Non è un incidente parlamentare. È una crepa politica che riguarda la tenuta del governo, la credibilità della premier e la capacità della coalizione di reggere sotto pressione. Lo ha riconosciuto la stessa Meloni, parlando di “riflessione necessaria” e ammettendo che “nella maggioranza sono mancati diversi voti”.

Non è un incidente: è una debolezza strutturale

Questa crepa si inserisce in un quadro più ampio. Scelte pavide sul piano economico, frutto di compromessi continui, sfarfallamenti in politica estera, con posizionamenti oscillanti, misure morbide e inefficaci sulla sicurezza, il vero grande flop dell’esecutivo meloniano, che ha costruito la propria identità sulla promessa di ordine e rigore.

La verità politica del voto

Il voto sulle preferenze non dice che il Campo largo è forte. Dice che la maggioranza è fragile. Non significa che l’opposizione ha vinto. Significa che la premier ha perso. Non dimostra che il governo è stato colpito dall’esterno. Dimostra che è stato cecchinato dall’interno. Il principale avversario di Giorgia Meloni non è chi le sta di fronte: è chi le sta accanto. E il voto segreto ha semplicemente tolto il velo.


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