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Politica

Cara Salis, non mi vergogno di essere Bianco. Non è una colpa!

di Alessandro Scipioni -


L’onorevole Ilaria Salis, in un suo recente post social, ha deciso di intervenire sul caso di Mario Roggero, parlando “dell’inaudita gravità del crimine compiuto”; accusando la destra, in realtà l’estrema destra, ma credo sia ampio il perimetro in cui include quest’area la sua sensibilità, di applicare doppi standard e auspicando per l’orefice un percorso di riabilitazione, poiché non augura il carcere a nessuno.

​Lezioni di moralità che, pronunciate da chi si è fatto scudo del mandato parlamentare, ottenuto a fatti avvenuti, per evitare la giustizia in un Paese membro dell’Unione Europea, appaiono non solo discutibili, ma grottesche. È il trionfo della porta laterale, quella che permette di sottrarsi al giudizio dei tribunali invocando diritti che, paradossalmente, si negano ad altri. In questo devo dire c’è una certa volontà di perequazione. Lei si è evitata la galera, la vuole evitare anche agli altri.

Un razzismo al contrario: la colpa di essere bianchi

​Ma è nel merito del caso Roggero che l’analisi della Salis scivola in una pericolosa deriva ideologica. Nel suo post, sottolinea con enfasi la condizione di Roggero, uomo italiano, bianco e di classe media. Se questa è la prospettiva con cui si intende giudicare la realtà, siamo dinanzi a un ribaltamento inquietante di ogni valore civile. Martin Luther King sognava un mondo in cui le persone non fossero giudicate per il colore della pelle, ma per la qualità del loro carattere. Oggi, al contrario, assistiamo al proliferare di un razzismo oicofobico, un masochismo culturale che spinge a considerare l’essere bianco e occidentale una colpa originale, un peccato da espiare a prescindere da qualsiasi contesto. Se poi sei pure maschio, allora non c’è scampo dall’inferno.

​Questo non è antirazzismo; è l’esatto opposto. È un pregiudizio che ignora volutamente la complessità della vicenda. La Salis omette di citare il vissuto di Roggero, uomo già vittima in passato di un’altra brutale rapina, durante la quale era stato legato insieme alla moglie e liberato solo dalla figlia, in un crescendo di terrore che ha minacciato la sua vita e quella dei suoi affetti. E non era l’unico pregresso in questo senso.

Dov’era lo Stato che avrebbe dovuto tutelarlo? E in quale stato mentale avrà agito un uomo, un lavoratore di 72 anni, messo sotto una tale pressione ? Schiacciato dalla paura non solo per la sua incolumità ma anche per quella dei suoi cari?

Caso Roggero, una tragedia umana e le colpe dello Stato

​Per l’onorevole Salis, tuttavia, tutto questo è secondario. Conta applicare esplicitamente il protocollo della dottrina Woke.

Parlare di riabilitazione per un uomo di 72 anni in questo contesto è pura demagogia. A quell’età, come giustamente ha fatto notare Francesco Storace, una condanna di quest’entità corrisponde a una condanna a morte.

​Siamo di fronte a una visione manichea e discriminatoria che vuole l’uomo occidentale colpevole per definizione. Ma la verità è che la moralità non ha colore, e la giustizia non può essere asservita a un’ideologia che odia se stessa. Roggero non merita lezioni di morale da chi ha fatto della propria posizione politica uno scudo di fronte ai giudici. Non va trattato come un uomo bianco, benestante (eventualmente per opera del suo lavoro, altro fatto che non corrisponde a un reato), un italiano; va giudicato semplicemente come un uomo che ha pagato sulla propria pelle l’insicurezza dilagante nel paese. Che non voleva più subire violenza, né vederla subire dai propri cari; che alla fine ha reagito, in maniera forte. Ma il contesto che lo ha portato alla reazione, se c’è crimine, rende sicuramente lo stato inefficiente nel garantire la sicurezza dei cittadini, più colpevole di lui.

Il suo caso è una tragedia umana, non il campo di battaglia dove celebrare la presunta superiorità morale di una sinistra che ha perso il contatto con la realtà.

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