L’Italia riallinea la sua postura nella Nato tra ambizioni europee e vincoli di bilancio
Tajani e Crosetto delineano una traiettoria di lungo periodo: più spesa, più capacità, più integrazione.
Il ministro degli Esteri Antonio Tajani, riferendo alla Camera, ha rivendicato gli impegni assunti all’Aia e confermati ad Ankara: spesa per la sicurezza al 2,8% del Pil, contributo operativo tra i più elevati dell’Alleanza, e l’obiettivo politico di raggiungere il 5% nel prossimo decennio. Una cifra che, al netto delle inevitabili discussioni interne, segnala una scelta di campo. Roma non vuole essere marginale nel nuovo ecosistema strategico e industriale che la Nato sta costruendo. Perché chi resta indietro oggi rischia di essere irrilevante domani, soprattutto sul fronte tecnologico e sulle capacità avanzate.
Crosetto: “Le nostre vulnerabilità non sono più rinviabili”
Il ministro della Difesa Guido Crosetto ha aggiunto un elemento di concretezza. L’Italia deve colmare lacune strutturali che non sono più compatibili con lo scenario attuale. Difesa aerea e missilistica “praticamente assente”, riserve di munizionamento “insufficienti”, capacità di deterrenza a lungo raggio da costruire quasi da zero. Crosetto lega l’aumento della spesa non a un automatismo Nato, ma a una “scelta di responsabilità nazionale”. E insiste su un punto politico cruciale nella sua visione. Investire nella difesa non significa sottrarre risorse alla società civile, ma creare sicurezza e sviluppo. La difesa come moltiplicatore industriale, tecnologico e occupazionale.
Il ministro indica anche la strada per evitare sprechi e duplicazioni: requisiti comuni europei, standard condivisi, progettazione congiunta. Un cambio di paradigma che punta a ridurre la frammentazione, vero tallone d’Achille della difesa europea.
L’Italia nel nuovo equilibrio Nato: ambizioni e rischi
La competizione interna all’Europa è destinata a intensificarsi. La Germania punta a diventare la principale forza convenzionale del continente, la Polonia accelera, i Paesi baltici superano già la soglia del 3,5% del Pil. Per l’Italia, il rischio è di essere schiacciata tra i grandi investitori del Nord e l’instabilità del fianco Sud, che Roma considera da anni la propria priorità strategica. Da qui l’insistenza nel non essere tagliata fuori dal nuovo ecosistema industriale e operativo della Nato.
Un passaggio complicato
Il vertice di Ankara ha mostrato un’Alleanza che resiste, ma che deve cambiare. Tajani e Crosetto hanno delineato una traiettoria ambiziosa, che richiede investimenti, coerenza e una visione industriale ed europea della difesa. Ma il punto decisivo è la transizione del rapporto con gli Stati Uniti. È lì che si giocherà il futuro del blocco atlantico e, con esso, il ruolo del Belpaese. Una partita che non si vince con le dichiarazioni, ma con la capacità di tenere insieme ambizione nazionale, integrazione europea e realismo strategico.
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